E c’erano gerani rossi dappertutto. Voci femminili della diaspora italiana in Nord America – AA.VV.

Gli italiani sono sempre emigrati. Ma, complice il benessere degli ultimi decenni, si sono abituati a figurarsi come migranti di lusso, “cervelli in fuga” che investono sudate lauree all’estero perché sanno che verranno pagati di più e lavoreranno di meno, con la prospettiva di tornare in Italia dopo quindici, vent’anni, comprare casa e godere della posizione acquisita (il professionista che ha lavorato all’estero, si sa, gode sempre dell’ammirazione collettiva). Oppure, sono giovani, in Erasmus (veri o figurati), che fanno l’anno all’estero per “aprire la mente”, “fare esperienze” e migliorare l’inglese in preparazione della vita vera, in Italia naturalmente.

La diaspora italiana della prima metà del Novecento, invece, è quasi oggetto di una rimozione collettiva. La narrazione del fenomeno è relegata a un trafiletto nei libri di storia, qualche documentario Rai in bianco e nero e una serie di luoghi comuni, dalle tinte folkloristiche e stereotipate. Quasi del tutto ignorata, almeno dai lettori non specialistici, è soprattutto la letteratura che i migranti hanno prodotto, sospesa tra due mondi e proprio per questo, invece molto affascinante e tutt’altro che ostica o oscura.

Penso a Pascal D’Angelo e la sua autobiografia Son of Italy, in cui racconta la sua infanzia a Introdacqua (AQ) in una miseria oggi difficilmente immaginabile; Pietro Di Donato e il suo Cristo fra i muratori; Jerre Mangione che racconta la Little Italy di Rochester e di come i siciliani, al tempo, resistessero strenuamente a ogni spinta verso l’integrazione. Testi che trovano ancora poco spazio nelle librerie, quasi volessimo dimenticarci i tempi in cui eravamo i “wop”, gli emarginati, denigrati, considerati sporchi, disonesti e ritratti come scimmie dalle vignette parodistiche.

 “Strade Dorate” si propone di colmare questo vuoto. Il progetto viene definito dalle sue curatrici (Valentina Di Cesare e Michela Valmori) un “Osservatorio”, proprio perché aspira a fare luce su tutto ciò che è accaduto e accade intorno al fenomeno migratorio, da e per il nostro Paese, cercando il più possibile di rivolgersi anche a un pubblico non specializzato, ma non per questo meno curioso o sensibile. Questa funzione disvelatrice viene affidata alla letteratura, e in particolar modo alle voci di autori di origine italiana, ma attivi soprattutto all’estero.

E c’erano gerani rossi dappertutto (Radici Edizioni), aggiunge a questa materia un ulteriore grado di complessità, perché dà spazio a voci femminili nordamericane, contemporanee, che riflettono sulla loro condizione di figlie, sorelle, nipoti di migranti, da una prospettiva ibrida in cui l’italianità è a volte solo un remoto, sfumato passato, altre una realtà dolorosamente tangibile.

Quest’antologia di voci femminili della diaspora italiana in nord America racchiude sedici racconti molto diversi tra loro per tono e ambientazione, ma accomunati dall’elaborazione personale dell’esperienza migratoria. Rita Ciresi in Domenica italiana è trascinata dalla madre nella parrocchia di Sant’Anna, a New Haven, e nel mentre sogna gli Oreo, i Twinkies e una mamma affettuosa come sono quelle americane. Rosanna Staffa in Un piccolo piatto alla volta ha imparato l’inglese restando in silenzio ad ascoltare i newyorkesi parlare, proprio come da piccola, trasferitasi da Napoli a Este, aveva imparato il veneto facendo attenzione a quello che dicevano gli altri bambini. Joanna Clapps Herman affronta un bizzarro viaggio verso Tolve (in provincia di Potenza) per ritrovare le proprie lontane radici italiane proprio durante la festa di San Rocco.

A volte si tratta di veri e propri racconti autobiografici, altre quasi pagine di diario, flussi di coscienza sulla propria alterità, respinta e accudita, rinnegata per anni e poi ossessivamente ricercata.

Mi ha molto colpita il valore che il cibo assume per tutte le autrici, come connessione ancestrale alla propria italianità.

E c’erano gerani rossi dappertutto è costellato di ravioli, pane, cannoli, falsomagro (ho scoperto essere una sorta di polpettone tipico della Sicilia). In La temperatura dell’acqua. Memoria cibo e tempo Chiara Montaldo-Giannini, che è cresciuta a Brooklyn, si rasserena l’anima impastando la pizza come le ha insegnato nonna Carmen. Sarebbe stato facile scadere nel luogo comune, eppure la doppia anima delle autrici rende i pranzi della domenica vividi e veri, proprio perché analizzati e problematizzati. Emerge in più punti, infatti, come molte siano cresciute in una sorta di enclave etnica, dove l’attaccamento alle tradizioni rendeva difficile una vera integrazione, con il risultato di renderle adolescenti complicate, divise, con un’identità frammentata. Una lettura assolutamente consigliata insomma, anche per conoscere voci femminili fuori dai soliti contesti “in rosa” in cui ancora troppo spesso le autrici meno note vengono collocate.

Fiorenza Fortini

Fiorenza Fortini nasce e attecchisce tra le colline abruzzesi. Nella vita è un’insegnante di italiano e storia (o latino e greco, dipende dagli anni). Scrive racconti sulla pagina Instagram @ritrattiscartati e sogna di pubblicare il grande romanzo generazionale italiano. Ama la fantascienza, lo smalto semipermanente, i podcast e le storie in cui alla fine il protagonista muore.

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