Vizio di forma – Thomas Pynchon : recensione

All’università i miei amorevoli compagni di corso avevano preso a chiamarmi Vittoria. Non perché fosse il mio nome, ovviamente non lo è, ma perché, durante le lezioni di letteratura angloamericana, erano diventate famose le mie invettive contro il postmodernismo e i suoi autori; era invece risaputo il mio grande amore per l’epoca vittoriana. Da qui, appunto, Vittoria.

Per cui, quando il mio amico Alessio, grande fautore della letteratura postmoderna, mi ha prestato la sua copia di Vizio di forma di Thomas Pynchon (Einaudi, 2011), la più incredula non ero io.

Complice il fatto che mi era straordinariamente piaciuto, e pure parecchio, La scopa del sistema di David Foster Wallace (che no, non recensirò mai), ho accettato questa sfida lunga 470 pagine.

Vizio di forma mi era stato descritto come “un ineguagliabile inno alla vita”, un libro gioioso, spassoso e irriverente e, invero, lo è. Con mio grande stupore Thomas Pynchon, l’uomo che ha conosciuto l’isolamento prima della pandemia degli anni Venti del Duemila, alla modica età di settantadue anni ha deciso di scrivere un libro leggero. E quando dico leggero, cercate di affidarvi alle mie parole e credetemi, leggero ma non semplice.

Il romanzo racconta le avventure di Larry “Doc” Sportello, investigatore privato hippie e drogato. Che corre dietro a mille frammenti di storie diverse che poi si ricollegheranno solo alla fine, più o meno. Il tutto sullo sfondo della California del sud degli anni Settanta, descritta da Pynchon con immagini dal forte impatto evocativo. E questo è uno dei meriti più grandi che devo dare all’autore: qualunque descrizione presente nel romanzo, da quelle che raccontano la paura -ancora viva- di Charles Manson e della sua cricca, a quelle dei trip sballati, balordi e fantasiosi dei personaggi sotto effetto di droghe, sono vive e vivide. Sono immagini che parlano, forse a volte più dei fatti stessi. 

Tuttavia, se dovessero chiedermi cosa mi ha colpito di più di Vizio di forma, la mia risposta sarebbe che è un gran casino. Oh sì, perché praticamente Pynchon non fa altro che inserire, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo, paragrafo dopo paragrafo, fintanto riga dopo riga, nuovi nomi. Una sequela senza senso di nomi, fatti, storie, tutti microscopicamente inseriti in una trama a tela di ragno. Dove ogni seppur minimo filo è tessuto per dare un senso (se così si può chiamare) alla fine. Non al finale, proprio alla fine del libro. 

Questo è l’ultimo meraviglioso compimento del volume di Thomas Pynchon. Ed è anche la qualità migliore del genere a cui appartiene, e il motivo per cui tanto piace agli appassionati. 

Ma questo è stato anche il motivo per cui ho pensato di abbandonarlo almeno dieci volte. Perché è proprio questa frammentarietà che mi dà fastidio nel postmodernismo. E potrà anche, secondo i critici, descrivere la società e il mondo moderno, ma per me è una gran seccatura. Ogni volta che mi appassionavo alla storia di un nuovo cliente di Doc, al susseguirsi delle sue indagini strampalate e ogni volta che si avvicinava ad una risoluzione… zac. Tagliato. Passiamo ad un nuovo nome, una nuova storia a cui appassionarsi per poi, ovviamente, lasciare a metà anche quella. E quella dopo, e quella dopo ancora, e ancora, e ancora. Salvo poi ritrovarle tutte incastrate o incastonate (dipende da come le volete intendere, se pezzi o pezzi di diamante), alla fine del romanzo.

Vizio di forma vorrebbe essere un noir, abbiamo vari misteri, tutti collegati fra loro, alcuni risolti dall’improbabile eroe della vicenda, altri che si risolvono da soli. Sullo sfondo: gli anni Settanta, descritti da uno che -si sente- li ha toccati con mano. Gli hippie e l’utilizzo di stupefacenti come fossero un tonico ricostituente, sesso e sessualità al limite, la polizia corrotta e l’uomo.

L’uomo visto in tutte le sue più colorate sfaccettature: chi si nasconde e chi è nascosto, chi vuole vendetta, chi si incammina per la strada sbagliata e chi è il Male personificato. E poi lui, Doc, che tutto potrebbe essere tranne che quello che alla fine si rivela, ovvero un uomo buono. Sì, perché alla fine anche se è molto più basso della normale statura di un cristiano comune, va in giro con i capelli lunghi e senza scarpe, beve e si fa di “ero” quotidianamente, tutte le sue scelte inducono il lettore a pensare che sì, nonostante tutto, il Bene trionfa sempre.

L’unico dubbio che mi rimane è sul titolo. Vizio di forma si riferisce appunto alla forma viziata che prendono i berretti americani rimasti schiacciati da qualcosa ma, nella mia modesta opinione, ha un significato molto più ampio. Tutto il romanzo è infarcito da pregiudizi di ogni genere. Sugli hippie, su Doc stesso, sulle donne, sui ricchi e sui poveri, sulla società americana in generale. Ma, alla fine, questo non è altro che il vizio di forma di una società che è rimasta schiacciata da qualcosa. Probabilmente dal tempo e dagli eventi che le fa piovere addosso come meteoriti roboanti. E, alla fine, è proprio il tempo (se uno lo lascia agire) a far tornare la forma quella che era, e a togliere il vizio. 

Per cui, alla fine, posso dirmi soddisfatta di questa esperienza e ringraziare Doc e Alessio per avermi trascinata in questa avventura.

PS: per gli appassionati del genere “mi piace non capire niente”, vi segnalo la trasposizione cinematografica di Vizio di forma, con un cast stellare e il sempre riuscito Joaquin Phoenix nella parte di Doc.

Eleonora Pellegrini

Nata a Roma nel 1991, la piccola Eleonora assimila da subito gli eventi di quell’anno per diventare una sognatrice realista da grande. Assetata di libri, che divora però con una lentezza snervante, ha un marito pubblico e un amante privato come ogni donna di potere: il primo è la Letteratura Angloamericana, a cui è legata dal filo rosso del destino; il secondo è il Giappone, la sua cultura e la sua letteratura. Prolissa e fredda come un Calippo al lime, è capace di emozionare chi legge i suoi scritti come la calza della Befana Kinder emoziona tutti i venticinquenni ogni 6 gennaio.

Questo articolo ha 7 commenti.

  1. Lotte S.

    Ciao Eleonora,

    Volevo condividere con te, e con chiunque sia andato alla deriva con l’epopea fricchettona di Doc Sportello, alcune riflessioni, sperando che ci facciano nuovamente naufragare, più di quanto non sia già accaduto ad entrambe. Mi piacerebbe incrociare le nostre esperienze ma, se hai avuto dei dubbi, sappi che non farò altro che smuovere ancora di più queste acque torbide.
    Premetto che l’ho adorato, così come ogni altro pezzo di carta appena sfiorato dalla penna di Thomas Ruggles Pynchon Jr., ma posso immaginare il grado di frustrazione del tuo Super-Io, “Vittoria”, nel seguire le sconclusionate indagini lisergiche del detective in bilico tra sogno e realtà. Hai tutta la mia comprensione! 🙂

    ”Chiarito sono nato, ora voglio confondermi, voglio rinascere” (cit.).

    Nella realtà pynchoniana sono all’opera forze e meccanismi convergenti in una strampalata cospirazione cosmica. Una sorta di determinismo psichedelico che disegna una trama labirintica di fatti, luoghi e personaggi sfumati e dai nomi improponibili, rivelata da intuizioni poetiche nascoste in banali coincidenze, sottintrecci e false piste infarciti di un linguaggio che spazia da spigolature nerd a tecnicismi di ogni genere, interpretazioni infantili e posticce, visioni illuminanti e liriche, avvitamenti di trama da cui si attende almeno la parvenza di una risoluzione logico-razionale che, però, non arriverà mai. Non è sempre così immediato distinguere in che punto la storia sia il risultato di una nostra volontà e dove cominci, invece, il vortice di pura caos-alità.

    Anche in questo romanzo si ha la sensazione, più volte, che l’improvvido Doc segua solamente il suo istinto paranoico e nessuna pista evidente, trovando la realtà già dispiegata pronta ad attendere la sua “scelta”. Tutto sembra avere una specie di meccanismo interno che, innescato, non può che dare inizio alla nucleare reazione a catena di cui si ritrova protagonista, più o meno consapevole. Insegue il “Bianconiglio” fin dentro la sua tana, un labirinto spazio-temporale con svincoli all’LSD non privo di buchi ciechi, attraverso cui si può tornare anche al punto di partenza.

    Fatta questa premessa, nella mia lettura “Inherent Vice” è l’espressione del gergo legale marittimo che identifica ciò che non può essere assicurato perché impossibile da evitare, “…come le uova che si rompono, la cioccolata che si scioglie, un bicchiere che si frantuma…”. E’ qualcosa di intrinseco alla struttura stessa, una sua fragilità per così dire. Traslando nel senso figurato, con il consenso legale di Sauncho Smillax, ci accorgiamo che la definizione può presagire la malinconica ed ineluttabile fine delle cose, di tutte le cose, della vita stessa. Ecco, ora non voglio descrivere una spirale cronica di pessimismo senza fine, Thomas Pynchon gioca sempre su dimensioni multiple: è molto ironico e i suoi personaggi, anche se un pò smarriti e al limite del grottesco, sono sempre animati da veraci slanci vitali. Cerco di porre l’accento però su questa vena saturnina che mi sembra caratteristica, anche in relazione al contesto storico e cercando, umilmente, di vedere oltre la critica paternalistica di David Foster Wallace al postmodernismo.

    L’America degli anni 70 rappresenta, niente di meno, che la promessa infranta di un’intera generazione libertaria. Il repubblicano Richard Nixon guida fieramente il paese, Ronald Reagan ne governa lo stato più ad ovest, la guerra è quella del Vietnam, Charles Manson e la sua setta commettono efferati omicidi. L’utopia della rivoluzione sessuale e delle lotte studentesche lasciano spazio all’attacco di avidi palazzinari che deturpano le strade di Los Angeles con opere in cemento e mattoni, senza fare i conti con tutta l’altra umanità sull’orlo di un abisso. L’immaginazione al potere ha esautorato la sua vitalità trasformatrice lasciando dietro di sé una idealistica poltiglia nostalgica. Già intravediamo, giù in fondo, la svolta degli anni 80 e l’esperienza di Woodstock 1969 appare sempre più distante. Per Thomas Pynchon, e per Doc, non si tratta però di una critica impegnata, non nel senso comune almeno, ma di un affare sentimentale.

    Larry Doc Sportello è senza dubbio lo strenuo baluardo di questo mondo fatto di resti, tenuti in vita da vibranti scariche malinconiche, con una tavola Ouja come bussola per ritrovare l’ingresso di un passato che non tornerà. E’ un sognatore ingenuo, colmo di languidi rimpianti e oscuri presagi: il suo momento magico sembra passato e resta fermamente trasandato, sprezzantemente lercio, audacemente squattrinato, follemente innamorato. Dai, non trovi che sia proprio l’ultimo dei romantici?! Cosa rappresenta la sua vita se non l’inizio della fine del sogno americano…

    In questo senso “Inherent Vice” può essere interpretato come un romanzo di transizione: la perdita definitiva dell’illusione di chi ha creduto di costruire un’altra America, scuotendola dalle sue fondamenta; il punto di rottura tra due generazioni con l’incognita di non sapere cosa incollerà di nuovo i pezzi; la fine degli anni in cui si respirava quell’aria così rarefatta per la costruzione di un mondo migliore, qualunque cosa questo voglia dire…Si, è vero, ogni generazione ha la buona volontà di proiettare “il migliore dei mondi possibili”, ma mi chiedo se allora, prima o poi, ci ritroveremo anche noi sul divano metafisico di Sportello, ad aver già cavalcato la cresta dell’onda e a tirare le somme della nostra vita, scaraventati su una spiaggia sconosciuta con occhi stranieri che giudicano, a contare ciò che rimane della schiuma di sogni, speranze ed idee, e a guardare stordite l’orizzonte, da cui compaiono nuovi sabbiosi miraggi. Siamo proprio così sicure di essere più capaci di lui nel comprendere e reagire a grandi delusioni e cambiamenti?

    A parte queste mie considerazioni, la domanda (attualissima e anacronistica al tempo stesso) che resta aperta nell’intera vicenda è: “Qual è il ”Vizio Intrinseco” che ha portato a questo momento storico?” O, più pynchonianamente: “Cos’è che è andato storto?”

    1. Eleonora Pellegrini

      Ciao! Innanzitutto voglio ringraziarti dal più profondo del cuore per questo commento meraviglioso. Quando ho deciso di cominciare a scrivere recensioni era questo ciò che mi sarebbe piaciuto ottenere e ora che ci sono riuscita – anche solo con una persona e anche solo con una delle recensioni più lontane dal mio percorso letterario – sono davvero felice. Per cui grazie! Di esserti pres* del tempo per leggere la mia recensione, capire il senso e le motivazioni, e per aver scritto un commento critico adeguato, ricco e che mi dà motivo, voglia e ispirazione di approfondire. Scusa per il ritardo nella risposta ma un commento del genere meritava una riflessione attenta e studiata almeno con quanta attenzione e studio è stato scritto.

      Passiamo al dunque. La cospirazione cosmica è qualcosa che mi era già stato suggerito dallo stesso amico che mi ha suggerito il romanzo. Anche Alessio (citato nella recensione) diceva che, probabilmente sia lui sia Doc, vedevano in ogni evento, nuovo-presente-vecchio-passato-futuro, una cospirazione. In realtà io no. Mi spiego meglio: una cospirazione, per essere tale, deve essere portata avanti contro qualcuno. Invece gli intrighi, i “complotti” (se mi consenti il termine) che vediamo nelle sconclusionate indagini di Larry non hanno come fine ultimo il danneggiamento del suddetto investigatore. O almeno a me non è parso così. Mi è sembrata più l’idea generale che sotto la superficie delle cose la foschia sia tanta e che il “non detto” sia ugualmente presente in gran quantità. Non so dirti bene se Doc se ne renda conto o no, quel che certo è che lo vede e lo mostra anche a noi poveri lettori. Ma da uno come Pynchon forse queste teorie me le aspetto pure (premettendo che è il primo e unico suo che ho letto, per il momento), tuttavia non ne sono convinta appieno.

      Quel che hai detto sul pessimismo invece trova la mia piena approvazione. Anche io l’ho visto e, consentimi, sentito chiaramente. In generale, questo è ciò che accade in tutte le epoche e a tutte le persone: chiunque cerchi di brillare di troppa luce, in realtà non fa altro che nascondere le proprie tenebre e questo è un pensiero che mai nessuno riuscirà a togliermi. In più è ovvio che chi come Doc ha bisogno di crearsi un mondo alternativo per sfuggire al proprio, e una spirale di altri pensieri sempre per sfuggire ai propri o smettere completamente di pensare, qualche ombra la dovrà pur celare dentro. Questo è da ricollegarsi al discorso che hai fatto tu sugli anni ’70, sulla fine di un’era, la fine di un sogno e la fine del positivismo (e si ricollega anche al Post Modernismo, Wallace is proud of me!, su cui io mi trovo totalmente e assolutamente d’accordo, siamo figli del nostro tempo e l’aria che imprimiamo sulle pagine stampate dei libri è l’aria che respiriamo). Ma… c’è un ma. Pynchon scrive Vizio di Forma nel 2009. Come giustifichiamo questo? Tu dici che è una critica sentimentale e potrebbe anche essere, ma io ci vedo una critica alla società, più a quella moderna (del 2009, anzi dal 2009 a oltranza) che a quella passata, che ne pensi?

      Sulla figura di Larry Doc Sportello possiamo scriverci una tesi universitaria! Sì, sono ineluttabilmente d’accordo con la tua visione su “l’ultimo dei romantici” e di fatti ho scritto che alla fine si ritrova rappresentata la figura dell’uomo buono – del Bene – che lotta e sconfigge (?) il Male. Non pensi anche tu che tutto questo sia da collegarsi alla critica sociale di cui sopra?

      L’ultima considerazione, che mi hai s-mosso tu, è sul titolo. Non potevo scriverlo nella recensione altrimenti avrei tirato un lunghissimo e pesantissimo “pippone” che mi avrebbero bocciato in 0 secondi netti ma giacché ci siamo… Sono una linguista, è nella mia natura fare caso alle traduzioni e sai bene quanto me (perché lo hai scritto) che “Inherent” vuol dire “intrinseco, caratteristico, innato”. Perché lo avranno tradotto con “di forma?”. Sarà mica proprio la forma il vizio intrinseco?

      Ti lascio così e spero tanto tu mi risponda, perché è bellissimo e interessantissimo questo scambio di opinioni! Grazie ancora tanto.
      Eleonora

  2. Lotte S.

    Ciao Eleonora,

    Grazie per le belle parole. Sono molto contenta che questi pochi pensieri abbiano avuto un effetto rinvigorente (direi per tutte e due!) e sono lieta di continuare la conversazione…

    La tua ultima considerazione sulla traduzione opportuna di “Inherent Vice” mi fa temere che il germe malefico di Pynchon si sia già insinuato, strisciante, nelle tue fibre d’altri tempi. Forse addirittura predilige questi succulenti cervelli lineari per le sue fantomatiche e suadenti evoluzioni. Scusami, non stai forse sospettando che ci sia stato un “complotto” sul titolo?! 🙂

    Prendo la palla al balzo ammettendo che sulle trasposizioni, in tutti i campi, da una lingua all’altra potremo farci delle grosse chiacchierate, ma in generale ho grande stima dei traduttori. Fanno un lavora certosino costruito su innumerevoli compromessi, cercando di ridare il senso linguistico e la dinamicità che si perderebbero nel salto. Lavorano sul filo del rasoio, a volte sulla gamma del bianco e nero, a volte sulla gamma dei grigi ma, nonostante la tua osservazione, non mi sento di aggrapparmi troppo a queste sottigliezze…ti stai impynchonendo però, donna avvisata mezza salvata!

    Allora, torniamo alla presunta cospirazione: nella mia interpretazione è da intendersi in relazione al determinismo e non insegue, comunque, una finalità particolare, certamente non una antropologica poi. Senza addentrarci troppo in spiegoni di ordine fisico e filosofico, ci basti sapere che l’io non è slegato dalla trama (le parole non sono a caso…) dell’universo, banalmente ne fa parte, ma non è il pilota. Abbiamo un cordone ombelicale perso nella pancia del tempo, da cui ereditiamo frammenti di DNA del cosmo, affinché le sue cellule operino in questo momento attraverso di noi e a cui, il nostro essere e la nostra esperienza, aggiungono una parte costitutiva importante e in perenne divenire. “E’ certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole.” A. Schopenhauer

    Proverò a chiarire meglio. Pensa di riavvolgere paradossalmente il nastro della tua esistenza e di fermarti in un punto qualsiasi: credi sul serio di poter compiere scelte diverse facendo a meno della prospettiva privilegiata della tua coscienza che sta scrutando quei fatti passati dal futuro? Le cose probabilmente non sarebbero potute andare diversamente, e il futuro sembra già scolpito da qualche parte nella pietra proprio in questo senso. In verità tutto sembrerebbe un unico blocco eternalista, senza passato ne futuro. Non dico però di arrenderci ad un fatalismo stringente, riconosco solo la presenza di un ingarbugliato filo di Arianna che tiene insieme i pezzi in un mosaico quadridimensionale di cui non abbiamo mai una visione univoca. Anzi, aggiungo non faccia molta differenza sapere che tipo di sistema metafisico ci abbia ingurgitato dopotutto, in qualche modo sembra non inficiare più di tanto il nostro modo di scegliere come vivere. Siamo profondamente impantanati nella contingenza da non avere altra possibilità che esperire le cose con gli strumenti a disposizione del momento, cercando di costruire il nostro piccolo bagaglio per poi tramandarlo, avvisando i posteri che le condizioni non saranno più le stesse ma che, comunque, qualcosa resta, magari mescolato e nascosto al resto. Sembra un gioco a perdere, ma aggiungiamo sempre nuove informazioni per cercare di capire meglio le regole di questo tutt’Uno.

    In questa visione Pynchon crea un Doc investigatore sciamanico, un hippie con in mano il libro “The Doors of Perception” di Aldous Huxley che cerca di ricostruire i pezzi di un mondo frammentato inseguendo piste improbabili e indizi bislacchi, si affida totalmente alle sue sensazioni da sballato senza evitare nessuna delle “trappole” che il tempo ha progettato per il suo “non essere altrimenti”. La versione in negativo del Demone di Laplace. Lascia accadere le cose, e ci rimane talmente invischiato che le sue indagini ed elucubrazioni si espandono come onde di un lago scheggiato da una pietra, creando cerchi sempre maggiori, fino all’inverosimile. Più volte ho pensato che l’intera vicenda sia solo una sua allucinazione. A suggestionare il lettore è proprio il particolare momento storico, fucina in cui s’intersecano animi libertari e vicende più che contrastanti. Questa escalation di fatti bizzarri apparentemente collegati che sembrano accompagnarci fino alla fine del romanzo, non è sufficiente a ritenere che tutto possa essere un grande complotto ordito dall’universo di cui ovviamente ci sfugge il senso?

    Questo è il terzo romanzo di Pynchon sulla California, di certo è affezionato a questa fetta della cultura americana, e, data la piega nostalgica, anche agli anni 60/70. Non so se aveva solo bisogno di uno sguardo da lontano per mettere meglio a fuoco gli eventi di quel periodo…Per questo ne faccio fondamentalmente una questione sentimentale, non ci sono personaggi impegnati nel senso classico del termine, né alternative o proposte. Restiamo noi, soli di fronte a questo meccanismo, a domandarci con tanta comprensibile umanità: “Cos’è che abbiamo sbagliato?”.

    Chissà se ho risposto a qualcuna delle tue domande…:-)

    1. Eleonora Pellegrini

      Ciao a te, amica senza nome! Oriana (di Bookrider) ha definito questo nostro scambio “uno scontro fra Titani” xD io sono contentissima di portare avanti la conversazione soprattutto perché – non lo nego – non sono molto preparata su Pynchon e le tue parole e i tuoi ragionamenti mi arricchiscono!

      Le tue considerazioni sono sempre molto valide, ben ponderate e ben scritte e la maggior parte delle volte mi spingono a compiere un’analisi più approfondita non solo del testo ma anche dei miei stessi pensieri. Mi spiego meglio: non ho un’opinione ferma e ben definita sul determinismo. Attualmente sto leggendo “L’alchimista” e non hai idea di che fastidio mi viene ogni volta che leggo quel maledetto “maktub”. Non sono convinta che sia tutto già prefissato e non sono convinta di non essere pilota della mia vita. Per quanto mi piacerebbe pensare di essere attraversata da costellazioni e galassie e che qualunque sia la mia scelta in realtà è l’Universo che la compie (o l’ha compiuta) per me, credo che queste siano solo una marea di scuse e di giustificazioni. Se tutto è già prefissato e noi in un certo modo siamo “predestinati” a commettere certe azioni (e tutto ciò che ne consegue), non siamo forse anche deresponsabilizzati dalle suddette conseguenze? Si tratta, nella mia visione molto rigida, di uno scaricarsi la coscienza e, insieme, non assumersi alcuna responsabilità né sulle scelte fatte né su tutto quello che da esse poi deriverà.
      Se tornassi ad uno dei bivi della mia vita probabilmente rifarei la stessa scelta? Non lo so, è una domanda a cui non ho la possibilità di rispondere. Probabilmente sì, poiché la me di quel momento avrebbe, anzi ha!, fatto quella scelta e se tornassi indietro tornerei ad essere quella me, da cui consegue la stessa scelta. Se invece avessi la possibilità di essere la me di ora, con tutta probabilità farei scelte diverse e chissà cosa ne penserebbe la me di domani! Ma non dipende da “le cose non sarebbero potute andare diversamente”, dipende da te, da me, e dalle scelte che noi abbiamo deciso di fare in quel momento.

      Tu dici che sapere o no quale tipo di universo metafisico ci abbia ingurgitati non inficia il modo in cui abbiamo scelto di vivere e io, ancora, dissento. Per tutto il discorso fatto prima sulle scelte. Scegliere, prendere una decisione e una posizione, comporta anche tutta una serie di responsabilità e conseguenze che gravano sulle nostre spalle dal momento esatto in cui quella determinata scelta è stata fatta. Il sapere, o anche solo il pensare, che quella stessa scelta forse non dipende totalmente dalla nostra volontà, per me deresponsabilizza troppo e non è coerente con la mia linea di pensiero (rigida eh, rigidissima lo so!).

      Forse, anzi di sicuro, è per questo motivo che non vedo il tutt’Uno in cui Pynchon immerge il nostro Doc (dove noi tutti saremmo immersi a nostra volta). Non riesco a vedere il grande complotto ordito dall’universo (di cui ovviamente ci sfugge il senso). Vedo solo una serie concatenata di fatti, tutti collegati in qualche modo fra loro, come pure è la nostra realtà (perché il mondo – diciamocelo – è piccolo), e un uomo che lotta. Probabilmente i suoi trip stalunati sono solo il modo per accettare la durezza e la crudeltà della realtà, un modo di evadere e cercare di “uscire” dal mondo per poi rientravi con maggiore lucidità. In fondo chi torna da un viaggio non è mai lo stesso che è partito e Doc, in mancanza di altro, si fa bastare viaggi alternativi.

      Prima di salutarti ti dico che mi trovo d’accordissimo con la tua analisi sui traduttori, è un mondo difficile quello della lingua (collegato anch’esso a una serie infinita di piccole e grandi sfumature culturali e non), e io li ammiro tantissimo.

      Hai risposto perfettamente alle mie domande, solo che me ne hai fatte venire di nuove! E per questo ti ringrazio molto, avere la possibilità di confrontarmi così è per me fonte di gioia e di crescita personale inesauribile e inestimabile! Detto questo, la “impynchonatissima me” chiede umilmente consigli su come approfondire la conoscenza di un autore di questa portata. Più banalmente: che altri testi mi consigli del nostro caro Thomas?

      Aspetto tue, grazie ancora. Eleonora

  3. Lotte S.

    Ciao Eleonora,

    Che sbadata che sono, credevo che il mio nome fosse visibile e di aver puntato solamente il cognome, devo esserti sembrata proprio maleducata…ad ogni modo sono Lotte (non è un diminutivo né un soprannome, è una variante di Charlotte, Karlotte…utilizzata nell’Europa del nord, la mia famiglia è originaria di quelle zone), piacere!

    Vedo che ci siamo arenate in una squisita disquisizione su quale sistema fisico meglio rappresenti la realtà e su teorie filosofiche di carattere morale dibattute fin dall’antichità, abbiamo sbagliato qualcosa, non trovi?! 🙂
    Diciamo che questo nostro super pippone è partito perché ho usato l’espressione, un pò scoppiettante, “determinismo psichedelico”, ripensandoci ora sarei più vaga, in modo da non stuzzicare troppo la tua rigidità, ma comunque… 🙂

    Visto che la conversazione è seguita anche da altri (che probabilmente staremo annoiando mortalmente), prima di continuare volevo precisare che Thomas Pynchon si guarda bene dall’entrare in spiegoni di questo tipo o di confermare, anche solo per sbaglio, una delle tante conseguenze che potrebbero saltar fuori dai suoi scritti conferendo un decisivo spessore psicologico ai suoi personaggi come indizio. Preferisce sempre dilatare e divagare all’infinito accumulando ingordamente intuizioni e osservazioni, per lo più autoreferenziali, senza mai concedere un punto fermo al lettore, senza alcuna pretesa oggettiva, senza appassionarsi troppo a qualcosa o a qualcuno. Quello che fa prudere il naso della sua complessa letteratura è proprio la ricetta composita di mille accidenti e giravolte inarrestabili, con fughe e ritorni precipitosi, evitando categoricamente ogni tipo di impegno o approdo. Resta solo una scia di suggestioni in uno sgangherato labirinto in cui ogni malcapitato è lasciato a destreggiarsi tra le tante interpretazioni possibili, tutte concesse. Non si può mai essere d’accordo con Pynchon, lui è quello con una filosofia New Age da quattro soldi in tasca, anche un pochino scettico in fondo, che passa sconquassandoti, e se ne va fischiettando. Io sostengo che la sua potenza narrativa stia proprio in questo, nel mostrare la forza inafferabile ed ancestrale di questo fluire continuo da angolazioni particolari (il succo del post modernismo in fondo), come uno sfogo anarchico dovuto a secoli di narrazioni ideologiche tonanti.

    Ma rientriamo nella nostra faccenda privata…

    Con un esempio forse riusciremo meglio a ritornare sull’argomento: se guardi nel cielo le nuvole, tendenzialmente darai loro delle forme e dei significati. Questo accade perché la nostra mente mal digerisce confrontarsi con forme e significati ambigui (il fenomeno è detto “pareidolia” ma non importa). La prima domanda banale sarebbe: “Quelle forme sono davvero quello che noi interpretiamo?” Allargando il campo a seguire chiederei: “Scoperta questa naturale tendenza ad essere suggestionabili, dato questo straordinario potere immaginifico, può una qualunque teoria del tutto sovvertire questa nostra radicata percezione che ha a che fare con l’empatia?”. Sei così padrona di te stessa da poter esattamente indicare dove finisca la tua ragione e dove inizi la parte emotiva o cosa generi precisamente una tua azione o reazione? In questo senso sembrerebbe non faccia molta differenza quale sia lo sfondo metafisico su cui ci muoviamo, da questo punto di vista l’uomo è un paradosso tautologico, con diversi gradi di consapevolezza, certo.

    Anzi, è proprio questa la peculiarità che ne fa qualcosa di assolutamente complesso e difficilmente riducibile, nonostante una pur probabile teoria scientifica. Il rischio, semmai, sarebbe proprio quello di separare chirurgicamente e allentare questo nostro modo di sentire le cose, di cedere ad una delle tante spinte “apollinee” del nostro tempo, tentando di obliare, inutilmente, la forza primordiale del “dionisiaco”. La “sconclusionata” lezione pynchoniana invece, storicamente parlando, potrebbe essere uno dei più generosi atti di riequilibrio verso l’umanità, che ci costringe a rimirare la realtà, se pur per un attimo per evitare la totale follia, senza il filtro della ragione, e dare di nuovo una boccata nell’aria rarefatta delle nuvole proprio per ricordarci chi siamo e a cosa apparteniamo. Caso mai te lo stessi domandando, per me, Eleonora, Thomas Pynchon era necessario!

    Comunque non posso darti torto: fa un certo terrore, l’ammetto, pensare anche solo per un istante che tutto ciò che noi viviamo fosse intrinseco alle condizioni primordiali dell’universo. Il mero fatto che possiamo non concordare su questa visione non cambia però di un punto la questione. Cosa importa infatti all’universo delle nostre inclinazioni o sensazioni? Capisco lo sgomento ma è una possibilità. Se non preesistesse una causalità da cui scaturisca un effetto, come potresti continuare a prendere decisioni che assicurino una presa ontologica salda? Per assicurarci di avere il controllo delle nostre azioni e fare delle previsioni sul futuro come tu desideri, dobbiamo restare ancorati a questa catena ininterrotta, ma questo non esaurisce né mortifica il nostro essere. Ci sono cose che l’universo può fare solo attraverso di noi e contribuiamo al tutto con il nostro modo interno, in continua evoluzione percettiva, di avvertire le sue vibrazioni. Provando ad ammorbidire la tua posizione direi che aiuta a non prendersi troppo sul serio e a capire che non ne siamo il fine ultimo…sto sminuendo troppo il problema secondo te?

    Se in definitiva volessi proprio indossare i guantoni, dovresti prendertela con Albert Einstein e la sua Teoria della Relatività Generale e con la maggior parte dei fisici che tende per una filosofia di questo tipo. Il fisico tedesco intendeva proprio questo con la celebre frase “Dio non gioca a dadi”…

    Per ritornare alla nostra letteratura invece, il mio consiglio è di affrontare un romanzo polifonico di Pynchon: “Mason & Dixon”, “Contro il Giorno” o “L’Arcobaleno della Gravità”. In quest’ultimo caso il mio avviso è di leggerlo un paragrafo alla volta con l’imprescindibile “A Gravity’s Rainbow Companion: Sources and Contexts for Pynchon’s Novel” di Steven C. Weisenburger. Se Doc ti ha lasciata uno scossone aspettati “the Big One”!

    Aspettando una tua risposta auguro a tutti i lettori e a tutte le lettrici Buon Natale

    Lotte S.

    1. Eleonora Pellegrini

      Ciao Lotte! Perdonami il ritardo nella risposta, sai, le feste… Ad ogni modo sono io che ti devo chiedere scusa, il tuo nome è ben visibile! Sono io che sono rimbambita e pensavo che quel “Lotte” fosse il cognome mentre la S. puntata fosse il nome! Piacere di conoscerti e, aggiungo, hai un bel nome molto particolare.

      Detto questo sì, temo tu abbia ragione. Non sono una grande fan della filosofia in realtà, la trovo complicata e a tratti “inutile” (Nuccio Ordine ci ha insegnato “L’utilità dell’inutile” d’altro canto). Nei miei studi di critica letteraria, che altro non è se non filosofia applicata al campo letterario (ciao Bourdieu!), mi sono scontrata tante volte con questa disciplina e mi accorgo di non aver mai compreso niente fino in fondo. Sarà per questo che trovo difficile confrontarmi su questi argomenti.

      Concordo pienamente sulla tua descrizione nel modus operandi del nostro caro amico Tom, me ne sono accorta persino io, anche avendo letto solo uno dei suoi romanzi. Ed è proprio questo che mi affascina e mi confonde allo stesso tempo. Da lettrice vittoriana e da persona rigida, come ormai hai imparato a capire, mi piacciono i cerchi, e che siano chiusi. Non necessariamente una chiusura felice eh, ma la narrativa di Pynchon mi sembra (sono profana e perdona in anticipo le mie parole) una sorta di “puntinismo impressionista”. Mi spiego meglio: Pynchon non traccia nemmeno delle rette, infinite, parallele, che si intersecano. No, lui delinea dei punti, macro e micro, che si fondono o che rimangono chiari nel loro tratteggio, volti per lo più a fare impressione (celebre citazione dell’appellativo usato, in senso spregiativo, per descrivere “Impression: soleil levant” di Monet: “fa impressione!”). Il mio “impressionare” si riferisce a entrambe le cose: suscitare una sensazione che non sia positiva, sia lasciare un’impressione, un’opinione (vorrà forse il nostro Tom farci arrivare da soli ad unire quei puntini? Naaa, non penso). A freddo, dopo mesi dalla mia prima lettura, questa è la descrizione che mi sento di fare del suo stile. E un po’ in generale è anche ciò che penso del postmoderno/ismo, ed è per questo che non mi è mai piaciuto e non mi ha mai attirato tanto (salvo poi uscire dalla comfort zone e buttarmici a capofitto per vedere distrutti tutti i miei confini mentali).
      Questa incertezza perenne e perpetua, questo “non detto” che, in letteratura più che in tutto il resto, è pregno di una miriade di significati, mi destabilizza e sì, mi fa impressione. Allo stesso tempo però ne sono attratta, sono anche io figlia del mio tempo dopotutto, e questo “sfogo anarchico” come lo hai definito tu mi intrappola e mi conquista. Chissà se un giorno arriverò a capirlo o meglio, a smettere di provare a capirlo e ad accettarlo.

      Tenterò di rispondere a quello che hai scritto della nostra “questione privata”, ma non sono sicura di riuscirci, ti avviso dal principio.
      Che noi esseri umani siamo particolarmente suggestionabili e abbiamo un grande potere immaginifico è cosa risaputa oramai. Anzi, siamo anche molto egocentrici tanto che, chiunque di noi, è perfettamente in grado di trovare dentro una canzone o un libro, qualcosa che parla di sé e a sé. Ce la cantiamo e ce la suoniamo in poche parole, ed è questo il bello della Letteratura per me. Il fatto che non esista una risposta giusta o sbagliata, che tutto sia possibile e personale; che a ognuno sia concesso di vedere quello che la propria esperienza e la propria “ragione” gli mostrano, i sentieri in cui lo conducono. E da questo scaturiscono miliardi di impressioni (ancora con questa parola eh?) diverse, dettate dalla cultura, dalla storia, dalla lingua (sì, sono Bachtiniana se te lo stai chiedendo). Laddove però questo presupposto cessa di esistere, se quindi devo abbandonare la ragione e la razionalità (e no, non sono così padrona di me stessa temo, ma ci provo), tutto quello che ho precedentemente detto viene a cadere e cosa rimane? La lezione che Pynchon (necessario, assolutamente!) vuole dare all’umanità dove conduce?

      Più in generale, forse è vero che siamo tutti incastrati in una catena di cause ed effetti scaturiti da un istinto primordiale, che le cose vanno come devono andare con o senza di noi, che l’universo se ne sbatte e può fare tutto da solo e che ci sono cose che fa attraverso di noi, sfruttandoci e usandoci per i suoi fini, che siamo solo spettatori illusi di avere un qualche controllo e un qualche potere decisionale, almeno sulla nostra vita, che non siamo il fine ultimo ma solo un passaggio non meglio precisato di questo flusso incatenato. Ammesso e non concesso che sia così, e che i più savi di noi lo accettino, almeno non dirmi “che questo non esaurisce né mortifica il nostro essere”.
      Tuttavia, proprio in base a quello che hai detto anche tu, tutto è relativo, perché altrimenti Albert Einstein avrebbe chiamato “teoria della relatività generale” il più grande capolavoro e le più grandi difficoltà del suo pensiero, lavoro e vita?

      L’arcobaleno della gravità mi frulla in testa da non poco e arriverà il giorno in cui mi sentirò pronta a tremare! Ti ringrazio molto e segno tutti i tuoi consigli, sto cercando di imparare ad aprirmi e ad essere più flessibile per cui, stai pur certa, arriverà il tempo. Grazie soprattutto per il “Companion”, sento che sarà necessario.

      Buone feste passate e grazie del confronto attento, studiato, curato e super interessante che mi stai donando!
      E.

  4. Lotte S.

    Ciao Eleonora,

    In questi giorni ho riflettuto molto su cosa scrivere, alla fine mi son lasciata suggestionare da quell’impressionismo letterario che ti aveva travolta, fatto di punti e linee fugaci, e ho avuto un’illuminazione provando a tradurre un segmento infinitesimale di una lingua che ci parlava ma era rimasta inascoltata. Avevamo bisogno di incontrarci, noi, due straniere in fondo…”Nomen omen”! Prima però concedimi il lusso di divagare un pò, sai, in onore di questo piacevole discorrere su Thomas Pynchon; non chiedermi nemmeno di essere troppo precisa sul punto d’attacco, forse risponderò all’eco della mia voce ma non sarà totalmente privo di senso…

    Abbiamo ereditato la letteratura e la filosofia dall’antichità e, anche in questi tempi in cui la presunta vera conoscenza richieda solo una rigorosa misurabilità e un’utilità immediata, riconosciamo loro l’imprescindibile capacità di parlare di noi stessi. Abbiamo però equivocato, e non poco, sulla vera utilità di questi “passaggi dimensionali”, convincendoci che queste “porte” fossero state create per costruirci attorno delle case, iniziando a sviluppare in altezza qualcosa che era stato immaginato per viaggiare orizzontalmente. Abbiamo finito per edificare una gloriosa e quantomai immobile impalcatura dell’erudizione a cui aggiungiamo furiosamente dei piani, pretendendo finanche un certo gusto estetico, ma ritrovandoci smarriti tra una fitta rete di grattacieli, che, per quanto inaccessibile, non impedisce il filtrare di una innegabile insicurezza e di una certa paura. “Don’t look up”!

    Il senso di questa architettura dell’invisibile è sempre stato invece quello di una reale connessione con l’ignoto, che possiede la capacità di accostarsi alla conoscenza del mondo raggiungendo altri stati di coscienza. Un luogo molto più reale di tanta apparenza da cui siamo circondate, in nessuna versione la terra delle conferme. Sulla soglia l’invito è sperimentare l’alterità, coltivare la meraviglia, allenare l’intuizione, far risuonare internamente lo spettro completo delle nostre emozioni, sviluppare il pensiero divergente. Attraversare lasciandosi attraversare, completamente. Con moto inverso oggi preferiamo rivolgere all’oggettività della ragione il sapere privilegiato, ma possiamo davvero chiamarla conoscenza? “Chi non ha mai sofferto a causa della conoscenza, non ha conosciuto nulla” -Emil Cioran-

    Tutte i reali cambiamenti necessitano di una verace esperienza emozionale: cambia il “sentire” e di conseguenza cambia l’agire, mai il contrario. Nessun sapere razionale è in grado di promuovere questo tipo di movimento: spiegare, illustrare, ragionare, non sono sufficienti a produrre alcuna evoluzione percettiva in quanto il coinvolgimento è solo sul piano coscienziale. La sterile cumulazione aneddotica non produce alcuna fioritura e infine riconosciamo nel mondo solo ciò che già avevamo coltivato profondamente. Dovremo permettere a quel seme alieno dalle radici aeree di visitarci continuamente restando in ascolto, ma come aprirsi al contatto?

    Sono certa che anche tu avrai sperimentato la salvifica sensazione di visitare una nuova città sentendoti inspiegabilmente euforica nel vagare senza una meta precisa, dimenticando anche per poco chi fossi, di non avere le solite certezze, perdendoti in un oceano di significati, di contaminarti con una lingua sconosciuta e primigenia. La rigenerante emersione da quella terra orfica porta con se la spuma dell’inconsapevolezza, della rinascita. Si tratta in fondo di tornare ad essere “pellegrini”, cioè “stranieri” (nomen omen!) nella nostra terra, con l’ausilio di apposite bussole con l’ago che non segna mai alcuna posizione precisa, avendo però la certezza di mappare il territorio esperendo la nostra identità multiforme.

    Comprendo bene la maniacale devozione di questi tempi nello sminuire la letteratura e la filosofia a chiacchiericcio, intrattenimento, a svago innocuo per abitanti delle nuvole. La letteratura e la filosofia sono proprio quelle bussole che attentano continuamente all’essere unidirezionale oggi tanto propagandato, hanno il potere di indicare i nostri limiti e pregiudizi intaccando inesorabilmente la falsa maschera che abbiamo incollata sul viso, di espandere il nostro senso interno dando modo alla straripante soggettività di fluire, di vivere pienamente la naturale incoerenza che ci abita. Una tale vitalità non può essere controllata né soppressa, ma siamo così intimorite e talmente disabituate a smarrirci che non riusciamo nemmeno a concepire che possa esistere un altro percorso oltre quello anemico che ci siamo imposte, che continua a riportarci sempre nello stesso punto evocando lo stesso nauseante sconforto. Perché è così difficile narrare la fiaba giocosa di un Pollicino inverso che lascia delle molliche lungo il sentiero per trovare un vero labirinto?

    Non è facile in una società che non permette passi falsi sembrare poco decisi e non saper dove andare. Non è facile in un mondo che ti chiede senza tregua di essere super motivata, performante e reattiva trovare del tempo “da perdere” (letteralmente) con te stessa, mentre miracolosamente là fuori continuano a propinarci metodi e tecniche altamente risolutive per raggiungere già subito, domani, la migliore versione di noi stesse. Non è facile perché la creatività è alimentata dalla noia, qualcosa che crea ansia anche solo a leggerla, allora meglio de-realizzarsi sui social. Non è facile perché siamo vulnerabili senza quella maschera ma il primo passo sarà proprio la consapevolezza di riconoscerla come tale. Non è facile perché tutte queste belle parole che vado cantando richiederanno la nostra quotidiana fatica, il nostro dolore. Non è facile perché sarà un esercizio da ripetere. Perdersi veramente, del tutto, è l’unico modo sincero che io conosca per trovare la propria strada!

    Ero già pellegrina quando incontrai Larry Doc Sportello. L’ho seguito disorientata continuando a pormi tante domande, son caduta molte volte, impolverandomi, sbucciandomi le ginocchia, spaccandomi talvolta anche la testa, non riuscendo in quei momenti a spiegarmi nulla. Ho avvertito che nella sua ingenuità non mentisse a se stesso, che fosse un animo puro. Continuo a scriverti senza sapere dove io mi trovi, sentii un alito interno e seppi che qualcosa era cambiato…

    Lotte S.

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