Un gioco da ragazzi – Enrico Ruggeri

Un gioco da ragazzi di Enrico Ruggeri è arrivato nel momento migliore. Venivo da una lunga serie di romanzi più o meno brevi, e mi mancava quel perdersi tra le tante pagine di quei libri che aprono tutte le pieghe possibili di una storia. Qui si entra nella narrazione del Paese da due punti di vista ai poli estremi delle vicende che hanno attraversato l’Italia a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

I protagonisti sono i fratelli Mario e Vincenzo Scarrone, pedine sacrificabili di un gioco troppo grande da capire nell’età dell’azione. Sono personaggi classici e attuali, nuove facce del Bube cassoliano, schierati l’uno nella trincea rossa e l’altro nella barricata nera degli scontri che oggi etichettiamo con la macrocategoria degli anni di piombo. Questo è uno dei periodi storici peggio trattati nelle scuole: per ora ho conosciuto un solo ragazzo, mio coetaneo, che l’ha studiato alle superiori. Seriamente, noi “giovani” (mi sento ridicolo a scriverlo) abbiamo scoperto tutto dai film, ed io ho sentito nominare per la prima volta Valle Giulia da Venditti senza capirne assolutamente il contesto. Ruggeri riesce nell’impresa di raccontare le vicende in modo chiaro alternando e confrontando le due visioni opposte in tutte le fasi della lotta.

La famiglia è centrale in tutti gli sviluppi, con la pienezza che solo i personaggi vivi riescono a donare. Seguiamo questa famiglia dal nascere, nel 1939, dal primo incontro di Carlo e Anna. Sono loro i genitori dei fratelli Mario e Vincenzo e la sorellina Aurora. In quest’ordine si potrebbero definire come tesi, antitesi e sintesi. Il romanzo pone la lente d’ingrandimento su un nucleo che racchiude il dramma nazionale in un singolo pianerottolo. Segue una, due, dieci e più storie, tutte personali, di gente comune. Ogni individuo che si incontra porta con sé un vissuto unico nel suo genere eppure comune nelle diverse categorie sociali descritte.

Mario e Vincenzo avranno due esistenze tormentate e condizionate fortemente dal contesto. Lo stesso accade alla sorella Aurora, che subirà i riflessi dei tormenti di tutta la casa cercando di tenere su i cocci di una famiglia sempre più incrinata. Lei ha però dalla sua la musica: è la valvola di sfogo, una finestra su di un mondo dove è finalmente possibile respirare rispetto all’ipossia della realtà. Aurora, come sottintende anche il nome, è una speranza, una vera e propria rinascita, il seme buono che sopravvive alla cattiva annata.

Ecco, riagganciandomi all’inizio, mi mancava da troppo tempo un libro capace di farmi immedesimare in personaggi lontani da me. E tutti sono sempre presenti con equilibrio, così com’è del resto la scrittura di Ruggeri. Si tratta di 450 pagine che si divorano grazie all’armonia del fraseggio e la forza delle trame. L’autore ha un modo di narrare unico, qualsiasi sia il mezzo di comunicazione. Le sue canzoni sono tra le poesie più belle scritte per la musica. La fine del suo programma radiofonico Il falco e il gabbiano l’ho vissuta quasi come un lutto. Per intenderci, almeno un quarto degli aneddoti che cito durante le conversazioni di ogni giorno derivano da lì. Ecco, inizio a svelare un po’delle mie fonti (era addirittura citato nella mia tesi di laurea). Devo ammettere che alcuni pezzi li ho letti immaginando la voce di Ruggeri. Sì, aspetto già l’audiolibro, che sarebbe pazzesco.

Enrico Ruggeri ha scritto un volume sulla famiglia, storico, ma Un gioco da ragazzi è anche un romanzo d’avventura. Milano è centrale perché è da lì che si snoda il tutto, ma seguiamo anche gli scontri di Roma, e finiamo addirittura in Francia e in Inghilterra grazie all’imprevedibilità della vita.

Io non ho nulla contro Pratolini e Cassola, ma non sarebbe più utile assegnare un testo ancor più vicino a noi? Un volume contemporaneo e inclusivo, dove entrambe le parti sono attive. E poi siamo arrivati a dicembre, quindi posso dire ormai con certezza che ho letto il libro che più mi è piaciuto in tutto il 2020.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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