Uccellini – Anais Nin

Ho avuto seri dubbi sul recensire Uccellini di Anais Nin. Non sono un puritano, anzi, ma mi rendo conto che certe cose vanno trattate in un certo modo; la mia spiccata tendenza al doppio senso avrebbe inficiato sull’argomento? Mi sono convinto quando ho scoperto che – anche in lingua originale – il titolo è un chiaro riferimento, di quelli che facevano sghignazzare alle medie.

Serve però una parentesi sulla persona.

Il suo vero nome è degno del titolo di un film della Wertmuller: Angela Anaïs Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell. La sua famiglia è cubana, ma lei nasce in Francia da un pianista e una cantante, respirando arte da sempre. Nel 1914, a 11 anni, il padre scappa; nei Diari l’autrice ne vede la scintilla da cui iniziò la voglia di scrivere. Si trasferiscono in America, dove può formarsi in piena libertà. A 20 anni si sposa con Hugh Parker Guiler, un bancario col gusto per la macchina da presa. Questo non impedì una vita di liaison con tanti personaggi più o meno noti, da Henry Miller a Otto Rank.

Anais Nin sostituisce Henry Miller nello scrivere racconti lascivi per cento dollari al mese, e questo porterà alle sue raccolte più famose: Il delta di Venere e Uccellini. La sua opera più studiata è però il Diario, poderosa raccolta (35.000 pagine) che fa entrare nella vita della scrittrice fin nei minimi dettagli, anche peggio di Petrarca nelle sue Seniles. È molto interessante la spiccata tendenza al dialogo, una lente magica che trasporta nei momenti descritti come se ci trovassimo in una sceneggiatura.

Ma torniamo a Uccellini.

Si tratta di undici storie piccanti che riescono a stuzzicare la fantasia molto più dei libri che seguono lo stesso genere in anni più recenti (no, non citerò quella nota trilogia da cui hanno tratto dei film brutti come Carlo II di Spagna).

Vengono esplorati molti tabù dell’epoca in modo così sfrontato da essere provocatorio anche oggi. Si va dall’infedeltà alla violenza, senza farsi mancare atti voyeuristici o incontri oltre il limite minimo d’età. Ed è difficilissimo parlarne evitando certe parole che penalizzerebbero l’indicizzazione di Google. Le storie sono comunque intrise di un velo poetico, innalzando il genere come pochi altri scrittori; e negli anni ’40, per una scrittrice, non era facilissimo esporsi così tanto.

Il racconto che dà il titolo all’opera è sull’esibizionismo, ed è votato all’ironia. L’inizio è volutamente soft, anche perché si sa che la risata è il modo migliore per conquistare. Anais Nin spinge man mano il lettore verso un vortice amoroso, dalle prime volte fino alla crescita definitiva: “non più ragazza ma donna”, recita l’ultima frase di Uccellini. I protagonisti maschili e femminili si mettono in discussione cercando di sovvertire le dominanze prestabilite in varie combinazioni che vanno a sfruculiare il lettore peggio della lista di categorie che si trovano in numerosi siti di streaming video. Eppure riesce a fare la stessa cosa con il solo uso della parola. La grandezza dell’autrice è appunto nella capacità di creare immagini nitide, come se ci trovassimo a vedere la scena nei singoli particolari, meglio di un film.

A proposito, Anais Nin è stata attrice per Kenneth Anger, uno dei miei registi sperimentali preferiti! Potete ammirare la sua particolare sensualità in The Inauguration of the Pleasure Dome.

L’unico appunto da fare è nelle narrazioni lunghe, come Una modella: gli episodi sembrano susseguirsi come se l’uno non lasciasse segni negli altri, eppure la protagonista è la stessa. Le parti della storia potrebbero essere, in pratica, tanti racconti diversi e non legati tra loro. Ad ogni modo ci troviamo di fronte alla miglior autrice erotica del Novecento (vissuto a pieno, 1903-1977), una tappa fondamentale per il genere e per la letteratura americana di metà secolo.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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