Tutti i particolari in cronaca – Antonio Manzini : recensione

Mi consigliano i romanzi della serie di Rocco Schiavone da sempre, in primis la nostra Oriana che ne ha parlato anche QUI, ma è difficile che io inizi una saga lunga (ad oggi 13 romanzi) ed è per questo che ho preso Tutti i particolari in cronaca. Diventerà una serie a sua volta? Meglio, però potrò godermela al meglio e coi tempi propri della letteratura.

Le storie da seguire sono due, che si intrecciano e si incontrano tra loro a formare la trama. Da un lato c’è Carlo Cappai, un uomo metodico e solo. Non soffre la condizione perché, come ammette lui stesso, non conosce l’alternativa alla solitudine. Fa l’archivista al Tribunale, per cui ha il privilegio di poter visionare documenti che spesso ammuffiscono in angoli remoti o vengono smarriti, e che comunque hanno una vita a scadenza. I documenti vengono distrutti quando mancano aggiornamenti al caso entro tempi prestabiliti. Carlo Cappai invece tiene anche diversi atti, articoli o parti intere di faldoni e crea dossier personali dove incrocia dati e vicende, persone.

Questo particolare passatempo nasce dalla sete di giustizia, che non per forza corrisponde con gli esiti del Tribunale. Ci sono casi che crollano per insufficienza di prove e anche loro hanno una scadenza nella permanenza nell’archivio, quantomeno in tutti i dettagli. La legge ha la sua ragionevolezza nel lavorare in questo modo, ma Cappai è ben determinato.

L’altra linea narrativa di Tutti i particolari in cronaca appartiene a Walter Andretti, giornalista sportivo che amava il suo lavoro. È ancora giornalista, ma il cambio di sezione non fa per lui: il passaggio alla cronaca nera è un salto in un abisso che Walter avrebbe evitato volentieri. Con metodi non sempre limpidi, insegue il caso del momento con crescente partecipazione, anche se all’inizio la preoccupazione maggiore è solo il suo capo. Per intenderci, l’adorabile nomignolo che le appioppa è “la Stronza”.

Il personaggio di Cappai è interessante e sfaccettato, e la sua meticolosità attrae da subito. È davvero un buon inizio per il lettore che vuole seguire l’indagine del romanzo, perché c’è la certezza di qualcuno che saprà tenere le fila del tutto.

Per Walter Andretti, invece, non mi è scattata la scintilla. È poco caratterizzato, potrebbe essere un qualsiasi giornalista della redazione. L’aria che tira nel giornale in cui lavora, al contrario, entra nei polmoni dopo poche pagine. La Stronza ha un’evoluzione importante, perché stronza non è ed ha tutte le motivazioni per comportarsi come leggiamo nel romanzo. Il piccolo quotidiano è energico, e riserva i dialoghi migliori.

L’altra mancanza è nell’ambientazione. Non sono di Bologna, ma ho riconosciuto un paio di indizi solo dopo aver scoperto la città in cui muove Tutti i particolari in cronaca nel finale. Ripeto, è il primo testo che leggo di Antonio Manzini, e tra le caratteristiche di cui molti mi hanno parlato c’era proprio la capacità di caratterizzare e rendere le città come personaggi. Aosta e Roma sono vive, dinamiche, specifiche.

Da un certo punto di vista può essere un vantaggio, uno stratagemma per dare libertà di immaginazione ai lettori. Sicuramente le vicende sono situate sopra le Marche, ma potremmo trovarci a Milano come a Pavia o Ferrara. Manca di certo il mare, perché se siamo in una città di mare, da scommetterci, prima o poi comparirà.

Pur non recependo le coordinate, non mi sono smarrito. La scrittura di Antonio Manzini scorre rapida, i due manoscritti che governano la storia seguono un’alternanza quasi cinematografica e ora devo solo sperare che non passi troppo tempo per il prossimo ipotetico volume, sperando di scoprire altro su Walter Andretti, per poterlo delineare meglio, tanto quanto è sfaccettato il noto e amato commissario Schiavone.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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