Trattato delle barzellette – Achille Campanile

Qualche settimana fa mi sono reso conto della mancanza di barzellette intorno a noi. È stato strano, anche perché fino alle superiori (10 anni fa, come suona male!) capitava di sentirne tantissime. Non parlo solo di quelle dal vivo, dove devi fingere di non sapere il finale e devi caricare il diaframma per la sonora, fragorosa, finta risata per “dare soddisfazione”; mi riferisco anche alla televisione, al cinema, alla letteratura. Ne La figlia del capitano è Puškin a parlarci di un battutista della domenica, così come accade in diversi film inglesi o americani.

Trattato delle barzellette di Achille Campanile mi è venuto in soccorso, perché in ogni caso si erano dissolte le scintille di quest’antica arte comica in disuso.

Il sottotitolo recita “Con florilegio, silloge, repertorio, divisione per materie, enciclopedia alfabetica e storica, ad uso delle scuole, università, famiglie, comunità, signore sole, viaggiatori, tipi sedentari e professori della Sorbona”, e su questo Stefano Bartezzaghi riesce a racchiudere in una frase tutto ciò che ci sarebbe da dire su questo libro: «Il caos dell’elenco già dice che questo trattato delle barzellette è innanzitutto una barzelletta sui trattati».

Questo è chiaro fin dalle avvertenze, dove dice al lettore che la prefazione, per ragioni indipendenti dall’autore, si troverà in coda al volume. O quando elenca le istruzioni per raccontare o reagire in modo ottimale alle narrazioni umoristiche oggetto della trattazione.

Il saggio antologico – così potrebbe definirsi – est omnis diviso in partes quattuor:

1) Evoluzione delle barzellette dalle origini ai giorni nostri, dove si espongono i personaggi che si sono succeduti nella storia della risata, da Cretinetti a Pierino, fino a perdere i nomi dei protagonisti. L’ultimo capitolo è dedicato all’umorismo nero che oggi è arrivato alla sua più compiuta grandezza.

Ovviamente il garbo di Campanile mal si sposa con gli stand-up comedians, anche con quelli del passato, per cui ci troviamo di fronte a battute forti per l’epoca (siamo nel 1961) ma che oggi possono far tuttalpiù sorridere:

Il fanfarone, ad un amico: “Io conosco cento maniere di far l’amore.” “Può darsi. Per conto mio ne conosco una soltanto, quella normale.” “Ah, già, me n’ero scordato. Allora le mie sono centouna.”

Oppure

“Papà, perché la mamma è così pallida?” “Taci. E scava.”

Ecco, forse la seconda mostra qualche degenerazione in più, ma non fatemi citare Lenny Bruce. Anche perché lo sto ancora leggendo.

2) Personaggi e temi tradizionali, dai medici ai cacciatori, per passare poi alla giustizia, ai mendicanti (sì, ai tempi non rientravano nel black humor) o ai beoni.

Le parti 3 e 4 sono rispettivamente Barzellette per materie e Piccola enciclopedia tascabile, veri e propri prontuari.

Mi permetto di citare due capolavori storici:

“Quel gerarca va avanti per merito della moglie. Per conto proprio non ha nessuna qualità, tranne quella d’esser becco.” “Macché! Anche in questo lo aiuta la moglie.”

Una donna, in piazza Venezia, strillando: “Farabutto, canaglia!” Due poliziotti, severi: “Con chi l’ha?” “Con mio marito.” “Oh, scusi, eccellenza, non avevamo riconosciuto che è donna Rachele.”

Non solo sono cambiati i tempi comici (nell’ultima avremmo preferito un più immediato “Oh, scusi, donna Rachele.”), ma lo stesso Campanile ci avverte nel Trattato delle barzellette che queste storielle esistono da sempre e cambiano in base a chi si trova al comando, così nell’età romana si saranno dette con Silla o Mario come oggetto di scherno.

Ma per quale motivo un drammaturgo e scrittore decide dopo oltre trent’anni di carriera di scrivere un libro del genere? Ipotesi mia: in un mondo dove l’umorismo è posto da sempre in secondo piano rispetto alla letteratura ufficiale, un fine letterato come Campanile non avrebbe mai potuto raggiungere lo status di scrittore senza aggettivi specificativi nelle vicinanze.

Nel suo modo, nella risata, risolve una finta trattazione accademica. Ah, se non è letterato ora!

Continuerò, vi ammorberò fino a sfinirvi, con questa mia crociata sulla rivalutazione della parte ironica della letteratura. Il Trattato delle barzellette di Campanile può essere un’ottima base: così come la letteratura “ufficiale” parte dalle avventure orali poi trascritte nei poemi omerici, qui si trovano le fondamenta orali dell’allegria.

E se il paragone dovesse farvi diventare rubescenti dalla rabbia, provate a leggere almeno Gli asparagi e l’immortalità dell’anima o Vite degli uomini illustri. Mi raccomando, fatelo prima che io li recensisca, che poi interrogo.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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