Tempesta madre – Gianni Solla : recensione

“Ogni scarrafone è bell’a mamma soja” si dice a Napoli e proprio la periferia di Napoli fa da sfondo a Tempesta madre di Gianni Solla, il suo esordio per la casa editrice Einaudi.

Jacopo è il figlio di una coppia perennemente in crisi e quasi sicuramente separata, la segretaria e il macellaio, ed è il narratore di quella che possiamo definire un’educazione sentimentale al maschile.

Come lettrice mi sono trovata davanti ad un’assoluta novità. Ho letto spesso libri sull’educazione sentimentale al femminile, come i romanzi di Giulia Carcasi che ho amato da adolescente, ma sui maschietti no. Guardando all’universo maschile, il rapporto con la madre e la sua influenza sulla vita affettiva viene sempre descritto in maniera più ambigua (il complesso di Edipo è sempre dietro l’angolo). Con Tempesta madre sono entrata in un angolino letterario molto delicato e interessante.

Tra le pagine di questo romanzo troviamo raccolti ricordi dell’infanzia e momenti della sua vita da adulto. Quella che a prima vista sembra un’accozzaglia di pagine diventa, durante la lettura, un memoire romanzato abbastanza veritiero. Alla fine del libro, quando Jacopo entrerà a buon titolo nel mondo degli adulti, ciò che ci sembrava strano e scialbo a pagina 20 avrà tutt’altro valore.

Seguiamo a balzelli la crescita del nostro protagonista che ci si presenta fin da subito come quello che si potrebbe definire un bambino strano.

A carnevale mia mamma mi vestiva da Hitler. Ma come le saltava in mente. Le mamme degli altri bambini non ci invitavano, e io e lei andavamo a festeggiare all’autogrill a Capodimonte con una finta copia del Mein Kampf appoggiata su un tavolino a forma di spicchio di pizza.

Capiamo subito che la segretaria – l’autore sceglie di non dare un nome ai genitori del protagonista – è una madre un po’sui generis, e posso assicurarvi che lo sarà per tutto il romanzo, ed è senza dubbio la causa di gran parte delle stranezze di questo suo malcapitato figlio.

La madre sembra essere l’unica certezza nella vita incerta di Jacopo: in qualche modo l’unica donna della sua vita (i tanti psicologi del libro sembrano essere concordi su questo fatto); infatti le bambine, le ragazzine e infine le donne saranno solo di passaggio nella vita di Jacopo. Al centro c’è sempre lei, con le sue sigarette fumate l’una dopo l’altra, le sue piccole manie e la sua costante ricerca di normalità per il proprio figlio.

Il romanzo è articolato su due piani temporali che si intrecciano capitolo dopo capitolo: ci sono i ricordi di Jacopo di quando era bambino e il racconto delle sue giornate a seguito del ricovero della madre in clinica per malattie mentali.

Agli occhi di tutti Jacopo era un bambino un po’bizzarro: unico maschio in una classe di sole bambine, circondato da madre, nonna, vicine di casa e piccole cotte finite male. Ha vissuto gran parte della sua vita in un gineceo senza davvero capire come “funziona” il sesso opposto.

Il romanzo di Solla è uno stralcio molto sincero delle fragilità degli uomini: Jacopo adulto è il classico maschio che sembra accontentarsi di ciò che la vita gli ha dato e non ha molta voglia di impegnarsi per avere di più. Non è apatia, la sua, ma una fragilità di fondo che si porta dietro da sempre, come lo zainetto per la scuola o i  misteriosi fogli su cui scrive lunghe liste di parole.

Il pregio più grande di Tempesta madre è lo stile di Gianni Solla: breve, accurato e ironico. La narrazione in prima persona non scade mai nel patetico. Jacopo non si piange addosso, né lo farà sua madre. Troviamo le situazioni così come la vita ce le presenta, fondamentalmente tragicomiche. Riscontriamo una vena malinconica nelle memorie del protagonista ma anche qualcosa di molto buffo nei momenti un po’drammatici – l’incipit citato sopra ne è un gran bell’esempio.

Tempesta madre è un libro che, se fossi passata in libreria, probabilmente non avrei mai scelto e avrei fatto malissimo!

Laura Perrotti

Nata quasi trent’anni fa, non ricordo un momento della mia vita in cui non ho avuto un libro sul comodino. Amo tutti quei romanzi che riescono a farmi andare lontano (ma non troppo) con la fantasia… sarà per questo che sono finita a voler occuparmi di cinema? Ho uno strano debole per i classici dell’Ottocento francese e del Novecento italiano ma non sono la tipica snob che tira dritto davanti alle nuove uscite.

Lascia un commento