Storia di farfalle e altre metamorfosi – Chiara Pellegrini

Ho da poco terminato di leggere Storia di farfalle e altre metamorfosi della scrittrice Chiara Pellegrini, edito dalla Robin Edizioni.

Il romanzo epistolare è un intimo dialogo tra la ragazza di un tempo e la donna di oggi, e va oltre la dimensione spazio/temporale. L’autrice riflette molto su come le scelte possano influenzare le nostre azioni future. È qui che viene fuori come sia necessario accettarsi, rispettarsi ed evolversi da crisalide a farfalla.

Le lettere scritte dalla ragazza sono una vera confessione e desiderio di trovare risposte, anche agli eventi più bui. Un romanzo intriso di malinconia e immagini in cui conoscersi e riconoscersi.

In questa circostanza ho deciso di farmi una bella chiacchierata con la gentilissima Chiara, in modo da farvi immergere a pieno nel fitto ricamo delle sue parole.

Come nasce Storia di farfalle e altre metamorfosi ?

Per rispondere a questa domanda voglio usare due immagini: la ragnatela e la mappa. La Storia di farfalle nasce come una ragnatela dal punto di vista della sua costruzione, cioè della scrittura nuda e cruda. Sono partita da un nucleo centrale, che era al tempo stesso di contenuto e di forma: volevo parlare di passato che torna nel presente e di presente che viene illuminato da ciò che è avvenuto nel passato, volevo parlare del rimpianto, dei bivi mancati e di quelli imboccati a casaccio su cui non smettiamo di rimuginare. Le idee si sono poi aggregate intorno a questo cuore composito, proprio come accade nella costruzione di una ragnatela, dove il ragno procede a cerchi concentrici, allargando il suo raggio sempre di più.

La storia è però anche una mappa, la mia personale mappa di lettrice, dove qua e là, come pietre miliari che segnano distanze e percorsi o, se vogliamo, come piccole luci che illuminano un cammino, dialogo con gli autori e soprattutto con le autrici che mi hanno costruita come lettrice, come scrittrice e soprattutto come persona. Nella storia le due voci narranti – che poi si scoprono essere una voce sola – si intrecciano e discutono costantemente con pagine e pagine di letteratura, con quelle pagine, cioè, sulle quali mi sono costruita io, tutta intera. Talvolta gioco con episodi rubati a qualche romanzo o racconto che ho amato, mi diverto a completarne la trama, a raccontare qualcosa che l’autore o l’autrice originario ha lasciato nell’ombra, a proseguire la sua narrazione dentro la mia. È bello, bellissimo, incrociare le proprie parole, le proprie idee a quelle di chi ci ha consegnato le storie che abbiamo amato di più. È un po’ come conversare, oltre lo spazio e il tempo, con gli autori e le autrici ai quali siamo debitori.

Come mai hai scelto la forma epistolare per il tuo romanzo? Ti sei ispirata a qualche opera in particolare?

Mi serviva una struttura che consentisse un continuo andirivieni tra passato e presente, che mi permettesse di cambiare piano temporale inseguendo l’evoluzione della stessa voce. A scrivere le lettere, infatti, è la stessa persona, che le accantona in una scatola indirizzandole alla sé stessa che sarà. Caterina, la giovane protagonista, scrive quindi a sé stessa, alla donna che sarà e, diventata una donna, si risponde ricordando la ragazzina che era.

Devo dire, però, che ho anche una passione particolare per le trame “frantumate”, per i salti nel tempo, per tutte le strutture narrative che, con il loro essere frazionate, segmentate, incomplete provano a fotografare questo nostro tempo sincopato e velocissimo, talvolta incomprensibile, frantumato pure lui.

Leggendo il romanzo non ho potuto fare a meno di notare la tua grande passione per il mondo vegetale: che rapporto hai con la natura? In certi passi è come se fosse il miglior modo per dare voce alla tua anima.

La natura è ristoro e respiro, e il mondo vegetale lo è in modo particolare, con la sua incontenibile varietà. Il popolo verde, però, nella mia storia è anche una metafora di complessità e mutevolezza, di incredibile bellezza, di apparente fragilità che nasconde una potenza resiliente che non ha eguali. I fiori, con il loro fascino delicato, si rivelano anche attuatori di strategie di sopravvivenza efferate e crudeli, in una lotta per la vita dove vince chi gioca meglio le sue carte; sono efficacissimi produttori di veleni, sono ingannatori d’insetti, nascondono spine e pungiglioni sotto le corolle più graziose, macchiano, tingono, medicano, alimentano, uccidono, fecondano, colonizzano per primi tra i viventi anche i terreni più inospitali. Sono esseri micidiali, i vegetali, e questo mi affascina terribilmente.

Qual è il motore che ti porta alla scrittura?

Direi quello che porta chiunque a scrivere: parlare con qualcuno che non c’è, che è lontano, che non incontrerò mai, ma che dialoga lo stesso con me attraverso le mie pagine. Diceva il poeta francese Edmond Jabès che la parola del libro è sovversiva perché esce dal silenzio. Ecco, scrivere è parlare con qualcuno uscendo da un silenzio. Nel silenzio in cui mi trovo ora, senza saperlo, magari sto parlando a qualcuno che mi legge lontano da qui. Bello, no?

Per capire che tipo di lettore sei, ci consigli un romanzo, una raccolta di racconti e un saggio?

Dunque, fammi pensare… Di romanzi ne avrei tantissimi. Pésco, però dalle mie letture più recenti e scelgo Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. È la storia di un bambino che ha perso il padre nell’attentato delle Torri Gemelle e non sa darsi pace, ma è anche la storia del nostro presente e degli eventi terribili e talvolta indecifrabili che lo attraversano. Ma, soprattutto, è la dimostrazione di come il romanzo non sia morto, di quanto ancora sia capace di leggere la contemporaneità. Tra le raccolte di racconti, scelgo una piccola perla luminosa e sconosciuta, Gente che passa di Maria Messina: storie di rimpianti, di vite abbozzate, di cose non dette che urlano dentro, di marginalità. E, last but not least, vorrei nominare Danubio dell’immenso Claudio Magris. Non è un saggio vero e proprio, semmai un compendio della germanità. Seguendo il corso del grande fiume dalla sorgente alla foce, Magris attraversa l’anima della Mitteleuropa, tra storia, letteratura, aneddoti e vita vissuta. Ma è anche un magnifico mosaico di sensibilità, risposte al destino, storie.

È già pronto un nuovo romanzo nel cassetto o sei ancora in fase di ricerca e scoperta?

Sto lavorando ad un altro romanzo. Vorrei raccontare la storia di Sophie Scholl e dei ragazzi della Rosa Bianca. La loro è una delle pagine più luminose di resistenza alla barbarie nazista. Erano sei ragazzi, principalmente, che con coraggio, con le armi della parola e della propria convinzione, provano a fermare la corsa della loro gente verso il precipizio. Quest’anno Sophie avrebbe compiuto 100 anni, se fosse ancora viva. L’hanno uccisa il 18 febbraio del 1943, insieme al fratello Hans e all’amico Christopher Probst. Nei mesi successivi hanno ucciso tutti gli altri, fino allo smembramento totale del gruppo. Ci sto lavorando, spero di essere all’altezza del loro valore.

Noi Bookrider abbiamo come usanza un giochino finale, in modo da conoscerci meglio. Prova a rispendere di getto e dimmi quale preferisci:

Prosa/versi Mi piacciono i giri larghi che fa.

Lettere/diario La mia storia di farfalle insegna…

Scrivere di giorno/scrivere di notte Senza dubbio, di notte non sono abbastanza lucida…

Orecchiette/segnalibro Possibilmente carino, colorato, magari artistico.

Tiglio/giglio tutta la vita! Ha un profumo che arriva all’anima. È il protagonista delle pagine finali della mia Storia di farfalle .

Scirocco/libeccio Pulisce l’aria, fa arrabbiare il mare e dà una sferzata di frizzante energia

Falena/Farfalla Farfalla, troppo bella per colori e grazia. La falena, però, è portatrice di suggestioni letterarie più intriganti.

Federica Andreozzi

Leggo da sempre, e ho deciso di diventare miope e astigmatica solo per provarlo a tutti. La mia compagna di vita si chiama Ansia, che mi somiglia ma ci vede benissimo. Recensisco di tutto, anche le etichette delle camicie, ma se mi date un fantasy non potrò che assumere l’espressione schifata in foto.

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