Soledad. Un dicembre del commissario Ricciardi – Maurizio De Giovanni : recensione

Cosa credete che sia meglio quando seguite una serie: aspettare trepidanti un libro per molto tempo e restarne delusi, oppure aspettare trepidanti un libro, divorarlo in poche ore, perché era proprio quello che aspettavate, e poi ripiombare nell’attesa?

Queste però non sono le due uniche opzioni a disposizione dei lettori di saghe, ma sicuramente sono le mie. Trepidazione – delusione e trepidazione – entusiasmo – attesa. E tra le due sceglierò sempre la seconda.

Ed è stato proprio così con Soledad – Un dicembre del commissario Ricciardi, e come è sempre per la saga di Ricciardi, l’ho atteso come i bambini il Natale e forse di più, e non sono rimasta delusa.

Era da Rondini d’inverno che non mi capitava di “bermi” (si perché non l’ho letto, l’ho bevuto tutto d’un fiato) un libro della serie così in fretta.

Io sono innamorata della serie di Ricciardi, praticamente dalla prima volta in cui mi hanno detto: “vuoi leggerlo? parla di un commissario che vede i morti”. E non ci siamo più lasciati. E come avremmo mai potuto?

Sono dieci anni che camminiamo fianco a fianco, conosco tutto della sua vita, e lui mi ha accompagnato nella mia, da quando sospirava spiando Enrica alla finestra, i loro primi incontri, quant’erano belli, quei due innamorati?

Fino a quando Enrica non ci ha lasciati ma non senza regalarci Marta, che sono certa riuscirà ad entrare nei cuori del pubblico di lettori, nel mio certamente!

Se potessi leggere qualcosa come se fosse la prima volta, probabilmente sceglierei di leggere questa storia, da Il senso del dolore fino a Il pianto dell’alba, tra le più belle storie d’amore, di solitudine e d’indagine che io abbia mai letto.

Io in Luigi Alfredo ci credo, così come i bambini dicono di credere nelle fate, con la stessa ostinata forza.

Soledad è il regalo di Natale per i malinconici, per chi vive le feste sempre con una punta di tristezza.

Il libro si apre sull’ultimo Natale prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, e questo già ci fa da grande indicatore sul clima e sul tempo che cambia. Si, perché se la serie l’avete seguita dagli albori, Napoli, l’avete vista cambiare.

C’è un peso, un grigiume, una nebbia che grava sulla città.

Su questa Napoli e sul suo spirito indomito, canoro e passionale, pesano le restrizioni imposte dall’era fascista, la gente è preoccupata, ci sono spie ovunque, il cibo diminuisce, la povertà aumenta, così come le malattie, lo sa bene Bruno Modo, che un’altra guerra non pensava proprio di vederla.

Nel frattempo però lo spirito passionale della città non delude e, insieme ai pestaggi, alle sparizioni, alle deportazioni, continuano gli omicidi slegati da una matrice politica.

E in Soledad, Luigi Alfredo indaga sull’omicidio di Erminia Cascetta, una giovane donna trovata morta nella sua abitazione, mentre il suo fantasma continua a ripetere, per le sole orecchie del commissario : egoista, egoista, lasciami vivere.

Chi avrà ucciso Erminia? Ad un certo punto la soluzione è apparsa chiara anche ai miei occhi, ma proprio come Ricciardi, anche io ero distratta da altre preoccupazioni.

In un libro che sovverte l’ordine delle cose, dove tutto è instabile e le certezze cadono, come quelle di Garzo, dopo una vita dedicata al lavoro, al partito, con dedizione, sempre attento a non disturbare i più alti in grado, lo ritroviamo sperduto, consumato dalla preoccupazione e, forse, prima di tutti, conscio dei pericoli di un sistema che lui stesso stava aiutando a costruire.

Fa quasi male vedere come anche il piccolo, immutabile mondo del commissario, con i suoi personaggi fissi, i loro siparietti e scaramucce, tutto quello a cui il lettore era abituato, anche quello può cambiare, e la causa, anche qui, è la guerra, che non risparmia nulla, neanche le trame dei libri.

La guerra cambia tutto, come l’amore.

Come l’amore che ha cambiato il commissario, che gli ha fatto scoprire un nuovo tipo di solitudine, ma anche un nuovo tipo di amore, quello per la figlia; in questo nuovo ruolo da genitore, con nuove responsabilità, per la sua vita e quella della figlia.

Responsabilità, come quelle di Maione verso i membri vivi della famiglia, e verso la memoria di Luca e verso le fasce più deboli della popolazione, che a Raffaele i soprusi fanno schifo.

Soledad non delude, ci ho ritrovato un pieno e rinnovato spirito narrativo, qualcosa che desidero vedere continuare, un disegno di cui voglio fare parte. Una lettura coinvolgente, che indaga i legami in tutte le sfaccettature senza dimenticare di mostrarci la povertà, la tristezza; una medaglia ha sempre due lati, uno al sole e l’altro in ombra.

In netta contrapposizione con l’atteggiamento fascista, che cercava di nascondere tutte le brutture sotto un enorme tappeto. Del fascismo, in questo libro, non ci è mostrato solo l’agire violento, ma anche come la mentalità dei giovani, cresciuti fin da subito, per diventare soldati, ne è plagiata, distorta, da un mondo che propone un formulario machista in cui tutto è bianco o nero. E che si contrappone alla mentalità di chi ha potuto formare il suo pensiero prima dell’arrivo di una dittatura.

Il mondo non è bianco o nero, esistono le sfumature, e delle sfumature si tiene conto, perché è in questo che risiede l’umanità e ce lo ricorda ancora Maione, con una ruvida tenerezza e un grandissimo senso di giustizia.

Amori, solitudini e povertà si mescolano in questa Napoli del 1939, anno XVIII dell’era fascista, mentre la guerra è alle porte, tutti lo avvertono e nessuno può dirlo apertamente, le leggi razziali somigliano sempre di più ad una condanna, chi può scappa, chi non può prega, lo Stato raccoglie le padelle di rame per aiutare la patria in caso di guerra, e i giornali continuano a dire che L’Italia in guerra non ci entra.

Soledad è un libro come un tiro di dadi, mentre stanno per cadere e ancora non riusciamo a vedere le facce, con il fiato sospeso, aspettiamo, perché su quel sottile gioco d’equilibrio potrebbe cambiare tutto.

Cosa succederà lo sappiamo, la storia non possiamo cambiarla, ma possiamo sempre vederla, nuova, attraverso gli occhi del commissario Ricciardi, ed essere sicuri che, al suo fianco e a quello di Maione, l’unico vero vincitore sarà sempre e solo la giustizia.

Oriana D'Apote

Oriana D'Apote classe ’93 un pendolo che oscilla tra la Puglia e l’Abruzzo. La mia prima natura è quella di ascoltatrice di storie, con l'animo inquieto sempre alla ricerca di qualcosa, il dettaglio, la poesia. Sogno di acquistare centinaia di fiabe illustrate, leggo storie crude. Vivo come il protagonista di un noir a colori dove alla fine prenderò il cattivo, risolverò il caso.

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