Sangue cattivo. Anatomia di una punizione – Beatrice Galluzzi : recensione

Sangue cattivo. Anatomia di una punizione di Beatrice Galluzzi è la lettura che ti fa capire che bisogna cercare di ironizzare anche nelle situazioni più difficili. Non credo sia molto semplice scherzare su importanti problemi di salute, però, come Chiara Galeazzi in Poverina, Beatrice riesce ad ironizzare, senza banalizzare, sulla malattia che le ha cambiato la vita.

Il suo romanzo non è un memoir che aprirà la porta verso una situazione nera che prevede lacrime, depressione e una lettura pesantissima per il lettore. Tutt’altro. Sangue cattivo è la storia di Beatrice che pensava di poter cominciare serena la sua nuova vita insieme a Aldo, trasferendosi in Toscana, terra per cui aveva un traporto positivo grazie alle vacanze estive con la famiglia. Qualcosa va storto, inizia tutto dalle caviglie gonfie. Spuntano sempre più sintomi e, dopo diverse visite specialistiche andate male, finalmente trova il medico giusto che ripone tutti i tasselli e trova questa malattia autoimmune ai reni. Non erano semplicemente caviglie gonfie, vita sedentaria e malnutrizione. È in piena sindrome nefrosica.

Nella narrazione si intrecciano passato e presente, il suo rapporto con i genitori, in particolare il padre e il periodo che sta vivendo adesso. Beatrice cresce in una famiglia disfunzionale, con una madre messa in un angolo che non riesce a prendersi cura di sé e della figlia e un padre frustrato, con importanti problemi nella gestione della rabbia e una paura innaturale nei confronti della morte.

Il sangue cattivo che gronda non è il suo, ma di tutta la sua stirpe, quello che ha ereditato, che non rinnega ma teme allo stesso tempo.

È terrorizzata di aver ripreso la follia dal padre e di essere diventata come lui, ipocondriaco. Crede che il padre viva nel suo corpo; si sente avvelenata e le dispiace per Aldo che si dimostra sempre presente, un compagno che dà realmente sostegno e amore ma a cui nega la genitorialità, visto che dagli accertamenti medici ha scoperto di non poter affrontare una gravidanza.

«Io l’ho scelto, di essere qui. Ho cesellato questo momento, ho desiderato di morire con così tanta intensità che le mie cellule l’hanno sentito e mi si sono rivoltate contro; gli anticorpi, la mia squadra di difesa, sono diventati i miei aggressori. Il sangue cattivo, inzaccherato dalle sostanze di scarto; il sangue che nessuno vuole, gli organi che nessuno userebbe per dare vita ai cadaveri. I miei nemici sono io.»

Vive con cinismo e rabbia quello che le sta accadendo. Solamente in un secondo momento scoprirà che la sua malattia è curabile ma che deve ugualmente tenere sempre sotto controllo. Niente sarà come prima.

 La narrazione è ricca di momenti divertenti, come il volersi portare in ospedale l’urna del padre per averlo accanto e assorbire così la buona fortuna. La morte viene esorcizzata a colpi di sarcasmo e ironia, che spronano la protagonista a non farsi sotterrare da pareri insensati di santoni amanti dell’erboristeria, dell’ipnosi e altre cure non ancora brevettante dalla medicina contemporanea.

Beatrice in Sangue cattivo si rende conto che una malattia, per quanto possa essere scomoda e sempre presente nella propria vita, non può diventare protagonista e unica definizione della personale esistenza, perché, fortunatamente, le belle sorprese arrivano sempre.

Federica Andreozzi

Leggo da sempre, e ho deciso di diventare miope e astigmatica solo per provarlo a tutti. La mia compagna di vita si chiama Ansia, che mi somiglia ma ci vede benissimo. Recensisco di tutto, anche le etichette delle camicie, ma se mi date un fantasy non potrò che assumere l’espressione schifata in foto.

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