Saluterò di nuovo il sole – Khashayar J. Khabushani : recensione

Per il nuovo ciclo di #Bookrave, NN editore ha scelto un titolo estremamente particolare: Saluterò di nuovo il sole di Khashayar J. Khabushani. Il tema è quello delle radici, e abbiamo parlato del novello festival diffuso e collaborativo durante la trasmissione Buongiorno Weekend (la trovate QUI ).

Le radici, in questo libro, sono atipiche: è il conflitto con esse a emergere, la scelta di altre origini culturali e familiari. Il protagonista è K., un ragazzino di nove anni che vive a Los Angeles con la sua famiglia iraniana e trascorre un’esistenza tipica per il Paese, tra scuola, amici e piscina. La madre è felice della nuova condizione, è lontana da quel luogo che le aveva fatto venire la voglia di sognare e quindi scappare. È il padre che non riesce a spingere lo spirito di adattamento, o semplicemente non trova motivi per un cambio, non per forza radicale, di mentalità.

Baba separa allora la famiglia, la maman resta in America e il padre porta K., Shawn e Justin in Iran. Il secondo lungo capitolo inizia proprio col paragone tra i due luoghi, e la mia reazione è stata sicuramente molto diversa rispetto a ciò che voleva suscitare l’autore. Questo viaggio sembrava quasi il ritorno coi miei genitori al sud: Tanto rumore, tra clacson e autoradio, molte grida di vasta gamma – da chi sgrida il figlio a chi saluta un amico – e risate ad alta voce. Gente che si bacia e abbraccia bloccando la strada, persone che vogliono sapere i fatti tuoi, taxi bloccati, … ed è proprio la sequenza del taxi che mi riportato alla scena di apertura di Così parlò Bellavista.

“Anche se Baba è ancora piegato in avanti con il palmo della mano sul cruscotto per dire all’autista di stare attento, si capisce che a Isfahān è così che funziona. La gente fa un po’come gli pare, suona il clacson, taglia la strada, inchioda di colpo, le carrozzerie ammaccate scricchiolano l’una con l’altra, come se facesse tutto parte di una normale esperienza di guida.”

Potrei cambiare Isfahān con Castellammare di Stabia e non sposterei neanche le virgole. Lungi da me mandarla in vacca, e infatti i punti di contatto si fermano qui. È una fortuna per me, visto che Saluterò di nuovo il sole è truce e ricco di nefandezze. Gli iraniani non sono aperti con gli americani e viceversa, e per questo Baba vuole stare in Iran, ma i figli sono americani e mancano della forza necessaria per abbandonare le proprie radici. Il padre ha fuori dal suo campo d’indagine quel tassello per cui i figli possono avere radici diverse dai genitori.

Sa bene, però, che lui stesso subiva quello stacco tra i due luoghi. Una laurea col massimo dei voti alla Columbia, grazie a una borsa di studio, un lavoro promettente, ma l’alcool ci mette poco a far capitolare le migliori storie. Baba chiede ai figli un rigore estremo, anche perché la perdita del rigore è coincisa con un baratro. L’anima di Baba diventa un abisso, quando leggiamo della violenza e cattiveria di cui è capace nei confronti del proprio figlioletto. K., ha una forza d’animo ammirevole.

Saluterò di nuovo il sole quasi non sembra un esordio, giacché la scrittura è sì densa ma sempre scorrevole (l’ho letto in contemporanea con altri amici e l’abbiamo finito nel giro di 1-3 giorni). Perfino i momenti più scabrosi volano, pur lasciando macigni sul cuore.

E K., nell’interezza del suo racconto, è un esempio di tenacia. Laddove sente la mancanza d’amore, è lui a crearlo. Non ha da spartire col mondo del padre, a cui non potrebbe mai svelarsi, e allora attende il giorno in cui tornerà libero.

Il titolo del libro deriva da una poesia di Forough Farrokhzad che augura la libertà, in un domani che si spera non troppo lontano, alle donne iraniane, e potete leggerla QUI.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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