Qui comincia la sventura del signor Bonaventura – Sto

Oggi sembra che la transmedialità sia un elemento fondamentale per la buona riuscita di un prodotto, un fenomeno che riconosciamo al mondo anglofono soprattutto con l’universo Marvel. Non si tratta di un modo di fare recente: basterebbe un’occhiata agli anni ’80, dove già Star Wars si giostrava tra film, videogiochi, fumetti e romanzi. I più scafati, però, potranno guardare ancora indietro per incontrare il signor Bonaventura di Sto.

Il personaggio nasce sul Corriere dei piccoli nel 1917, un personaggio allegro e spensierato che doveva risollevare il malumore dalla sconfitta di Caporetto. In ogni sua avventura gli capitava qualcosa di negativo che avrebbe però portato alla fortuna del coprotagonista “di puntata”. Nel finale, ogni volta, il compagno della storia regalava un premio di un milione al buon Bonaventura.

Sto, al secolo Sergio Tofano, è però principalmente un attore e regista teatrale di enorme bravura. Iniziò col teatro drammatico per poi deviare verso il comico con grandi successi su entrambi i fronti. L’avrete certamente visto in qualche sceneggiato Rai, come il Mastro Don Gesualdo (dove era don Diego Trao) o nella più nota trasposizione televisiva italiana, i Promessi sposi con la regia di Sandro Bolchi. Ho scoperto, documentandomi per quest’articolo, che partecipò anche alla versione nostrana di Orgoglio e pregiudizio, in cui interpretò nientemeno che il signor Bennet!

Con questa disposizione, il passaggio dal fumetto al teatro o al cinema sembra quasi un percorso obbligato. Qui comincia la sventura del signor Bonaventura è il copione della prima commedia musicale a portare Bonaventura in scena. Al debutto del 1927 parteciparono Sto (nel ruolo del protagonista, come ogni bravo capocomico), Luigi Almirante, Vittorio De Sica e tanti altri della propria compagnia teatrale. Un enorme successo, un successo assicurato.

Il volume di Adelphi riporta, oltre al testo, gli spartiti delle musiche originali di Ermete Liberati – revisionate da Aldo Tarabella. Nella trasposizione resiste la caratteristica principale delle vignette del signor Bonaventura: la rima baciata. Mentre però sulla carta funzionavano i distici di ottonari, nella versione da palcoscenico viene a mancare la metrica obbligata che avrebbe portato a una resa cantilenante, da filastrocca.

MADAMA

Il dovere ormai t’impone

Ringraziar con effusione

Le persone così buone

Che ti diedero un milione!

[…]

BONAVENTURA

Non farò più lo sgobbone

Né il minchione né il cialtrone

Non più servo ma padrone

E padrone d’un milione!

Sul finale, invece, rende felici tutti i seguaci del fumetto riprendendo lo stile metrico-poetico delle vignette. I personaggi partecipano insieme alla buona nuova, anche in coro. Persino l’inseparabile bassotto, il cane di Bonaventura, ha la sua quartina: “Non più ossa né pastone / m’offriranno, ma cappone, / ma piccione a profusione, / sono un cane da un milione!”

Molto interessanti sono i rimandi, dal bellissimo Cecè – che deriva direttamente dalla commedia omonima di Pirandello – fino al personaggio di Paganini, davvero esilarante.

Ultima nota: nel 1941 Sergio Tofano realizzò il film Cenerentola e il signor Bonaventura che purtroppo non ebbe il favore della critica (a differenza degli spettacoli teatrali). In realtà il film oggi è ancora godibile, pur soffrendo dell’invecchiamento inevitabile delle battute. I fondali e gli arredi di Italo Cremona (pittore e scrittore di cui parleremo presto) fanno entrare subito nella dimensione strampalata della pellicola, tutto è al suo posto sia nel cast tecnico che artistico. Bonaventura è qui interpretato da Paolo Stoppa che, pur essendo bravissimo, in ogni caso non eguaglia Sto.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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