Povere creature – Alasdair Gray

Oggi leggiamo: Povere creature di Alasdair Gray edito da Safarà, ma prima di tutto…

AVVISO: parliamo del libro, solo del libro, non ho visto il film.

Non ho ancora visto il film per non farmi influenzare durante la lettura; quando lo vedrò, se lo riterrò necessario, farò un edit a questo articolo. Anche perché, confrontandomi brevemente con un amico che l’ha visto, hanno due finali diversi. La curiosità c’è, lo vedrò sicuramente, perché la resa dei romanzi che utilizzano tecniche narrative è sempre interessante.

Parlando di Povere creature, potremmo procedere dal micro al macro e viceversa; cominciamo col dire che la scelta di lettura cade su questo libro perché immersa ormai nella mia spirale Frankenstein che mi porta a fare i collegamenti più arditi, come con Affamata di Melissa Broder, più lineari – almeno visivamente – con I Folgorati di Susanna Bissoli e recuperare per intero, finalmente, Frankenstein Junior, e tutto questo lavoro è ispirato dalla lettura di Pura Invenzione di Lisa Ginzburg.

Non è mio uso sottolineare i libri o prendere note direttamente sul testo, eppure i pochi testi che contengono la mia scivolata scrittura sono quelli per i quali è stato impossibile trattenere il pensiero e la riflessione; in un modo tutto suo rientra tra questi anche Povere creature.

Partendo dal macro, Povere creature è sì un testo di Alasdair Gray, ma al cui interno ci viene narrato un altro libro, quello del dottor Archibald McCandless (1862-1911) di cui Gray è soltanto un curatore. L’espediente narrativo è quello del libro ritrovato, tra l’altro neppure dallo stesso Gray.

Il libro in questione si chiama: “Episodi della gioventù di un funzionario scozzese di pubblica salute” e viene ritrovato, poco prima di essere destinato al macero, tra i documenti non reclamati di un vecchio studio legale, insieme ad una lettera di Victoria McCandless; un pacchetto da non aprirsi prima del 1974.

Quest’unica copia stava per andare distrutta, è un libro pubblicato a spese dell’autore, spese notevoli date anche le illustrazioni di William Strang. Il libro ci racconta della vita del dottor McCandless, della sua sventurata nascita in condizioni di povertà, e non riconosciuto dal padre, fino alla possibilità di frequentare la facoltà di medicina a Glasgow. Il libro è ambientato in Scozia, dove, emarginato per l’evidenza della sua estraneità alla classe sociale più abbiente, incontra Godwin Baxter.

A Godwin lo accomuna non solo lo studio, ma anche i natali di figlio illegittimo, o comunque fuori dal matrimonio, e quello di vivere ai margini della collettività. Le differenze stanno nel fatto che non solo Godwin porta il cognome del padre ed è stato da lui cresciuto, anche economicamente la loro situazione è diversa.

Stando alla descrizione che McCandless ci fornisce di Baxter, la società lo emarginava poiché lo temeva e lo riteneva “brutto”, non conforme, persino la sua voce non poteva essere ascoltata se non si usava qualcosa per proteggere l’udito.

Baxter però, essendo figlio di un noto chirurgo, conosceva segreti in medicina che non condivideva con i colleghi; e confida al collega la volontà, unita alla possibilità, di crearsi una compagna che lo ami, proprio perché abituata alla sua figura, tanto da risultarle normale e familiare. Ed è così che l’ultima settimana di febbraio del 1881, dopo il ritrovamento del cadavere, non reclamato, di una donna incinta, dal Clyde, al numero 18 di Park Circus nasce Bell Baxter, di anni, circa, venticinque, alta un metro e ottanta, ricci scuri, occhi azzurri, carnagione chiara.

Sì, la storia che ci vuole raccontare il dottor McCandless è quella della “cugina” della creatura di Frankenstein o forse meglio, come ci sarà più chiaro dopo, come la creatura di Frankenstein, divenuto egli stesso medico, abbia cercato di crearsi una compagna.

Se teniamo conto che le lettere del Frankenstein di Mary Shelley sono datate 17.. (o 1729 nella traduzione italiana di Cochetti), Bell, rinata nel 1881, è sicuramente una versione più “pulita” meno spaventosa e, nel suo essere più comune, con maggiori possibilità di essere accettata dalla società.

Nasce Bell Baxter in un corpo di venticinquenne non più incinta e con un cervello appena nato.

Da subito possiamo notare la “pericolosità” di Bell confrontandola con i canoni Vittoriani, l’altezza, l’energia, la voracità – nell’appetito, nell’apprendimento, nella sessualità – nasce e il lettore già lo sa che la ragazza è in anticipo sui tempi, incoraggiata dal suo tutore.

Di qui, le due principali differenze con il “cugino” frankensteiniano: un’unica cicatrice ben nascosta dietro la nuca, e un creatore che la ama.

Stando al racconto di McCandless, quando Baxter gli presenta Bell i due si innamorano all’istante, ma non allo stesso modo, segue un periodo di lontananza, durante il quale Godwin farà conoscere il mondo a Bell, che per tutti è in ripresa da una brutta amnesia, mentre McCandless si strugge scrivendo poesie.

Al secondo incontro Bell è una ragazzina di mondo, o almeno lo è il suo cervello, e il capitolo è davvero comico, con scambi di battute umoristiche molto inglesi, che mi ricordano un po’ quelle de La sovrana lettrice e de Il discorso del re, scritti però da due britannici – gli scozzesi vorranno la mia testa? – più quelle di lui. E con un atteggiamento – quello di lei – che mi ha ricordato molto Lydia Bennet, con tutte le priorità della ragazzina che ben conosciamo.

In ogni caso, durante questo secondo incontro si fidanzano, con profondo dolore di Godwin; qui Bell dice di non riuscire ad amarlo come lui si aspetta, perché lo vede come un tipo troppo comune (oltre il danno la beffa ).

Il fidanzamento non va come ci si aspetta che vada perché Bell fugge con l’avvocato Wedderburn, non ritenendo però che la sua fuga ponga fine al fidanzamento con McCandless, né che comporti il matrimonio con Wedderburn.

Qui per buona parte del romanzo la storia procederà per resoconti arrivati tramite lettere, un espediente letterario tipico dei romanzi vittoriani. Prima quella di Wedderburn e poi quella di Bell.

La lettera di Wedderburn è spassosa oltre ogni dire, la parte più divertente di Povere creature, molte delle mie note riguardano questa lettera. Qui l’avvocato passa dall’amore all’odio alla farneticazione religiosa come unica spiegazione. A cosa? Al comportamento della sua compagna. Un po’ la usa anche come scusa per coprire le sue, di colpe, tipo la ludopatia, ma il fatto che Bell non sia l’angelo remissivo del focolare che lui si aspettava lo logora pian piano.

In realtà, più che fornirci un’immagine corrotta di Bell, ci dà un’idea precisa su quella che è la sua persona, un uomo piccolo, dedito a circuire cameriere, al vivere al di sopra delle sue possibilità economiche, esperto solamente nell’arte della copulazione.

La descrizione che ci riporta di Bell, quando la crede disposta alla prostituzione pur di coprire i suoi debiti, è di Venere, Maddalena, Minerva e Maria Addolorata tutte in un una. Ma cambia di molto quando lei lo molla a Parigi e lo rispedisce a Glasgow, da solo; Eva, Dalila, Madame de Maintenon, arrivando ad ipotizzare che Baxter sia il demonio in persone con tanto di prove bibliche per l’uno e per l’altra.

Divertentissimo, Alasdair getta una donna moderna nell’epoca vittoriana e ci fa ridere dello scompiglio che genera il suo passaggio. Ovviamente viene definita anche strega, poteva mai mancare?

Il resoconto di Bell che arriva subito dopo è di tutt’altro tenore: Wedderburn diventa un peso per la sua crescita, in viaggio con lui però incontra il Dr. Hooker ed Harry Astley, l’uno le mostrerà le condizioni di vera povertà in cui imperversa il mondo, turbandola profondamente – attraverso la scrittura, Baxter e McCandless osservano il progredire del cervello di Bell; alla sua partenza la scrittura è ampia, dopo l’incontro con Astley si fa via via più minuta, ma il dolore verso l’altro la sconvolge a tal punto che la scrittura regredisce, le lettere diventano enormi e spariscono di nuovo le vocali (reso graficamente nel libro) – e l’altro le insegnerà la politica e il socialismo (una parte che si è rivelata sorprendentemente scorrevole).

A Parigi Bell farà esperienza come prostituta, ma anche in quel caso si rifiuta di sottostare alle regole della società, che la vorrebbero sottomessa, impossibilitata e sfruttata. Non china il capo neppure davanti a un medico che la vorrebbe anche ammalata, e se ne va.

In questo caso Bell è fortunata, è una borghese che gioca a fare la prostituta, poiché non ha realmente bisogno di quel denaro per evadere dalla sua situazione di povertà, però si scopre operosa e che le piace guadagnare il denaro lavorando. Torna a Glasgow grazie all’aiuto economico del professor Charcot, amico di Godwin.

Quella che torna a casa è una Bell che ha fatto un sacco di nuove esperienze, ma ha anche un sacco di domande per il suo tutore/creatore/padre, e ne segue una lunga discussione dove si deciderà che Bell diventerà medico e si sposerà con McCandless, sempre con dolore di Godwin stando al narratore, che qui ci informa di come l’empatia di Bell non si accendesse nei confronti del tutore e la spiega con la “cecità” che a volte hanno i figli nei confronti dei genitori.

Prima delle nozze tutti i nodi vengono al pettine, e il marito di quel famoso cadavere che è poi diventato Bell Baxter viene a reclamare la moglie. In effetti me lo stavo chiedendo anche io come fosse possibile che il cadavere di una donna ricca che gira tranquillamente l’Europa non incappasse mai in un vecchio conoscente.

Qui scopriamo, insieme a Bell, che il suo corpo si chiamava Victoria Hattersley in Blessington, e in questo capitolo il patriarcato vittoriano dà massima espressione di sé attraverso le parole del padre di Victoria, che la vede come mero oggetto di compravendita utilizzato per l’arricchimento personale. Scopriamo che era una donna bisognosa d’affetto e di conferme, sposata ad un uomo freddo e rigido, talmente abituata a ritenersi colpevole che era disposta all’asportazione del clitoride.

Il libro di McCandless si conclude con il suo matrimonio con Bell/Victoria, da cui ha avuto tre figli, la brillante carriera di lei, e l’eterno rigor mortis di Baxter, che era anch’egli un moderno Frankenstein.

Al libro segue la lettera della moglie, la dottoressa Victoria McCandless, che ci dà una versione meno maryshelleyiana della sua vita, o comunque della sua creazione, riportando lei e God su un piano più umano, e anzi pone McCandless su uno diverso, anzi, più che su un piano, lei lo pone su un livello diverso, sia sociale che intellettuale, e adduce a questo la voglia di lui di renderli tutti e tre privi di qualcosa all’interno della storia, affinché anche loro due possano essere accomunati a lui.

Le note critiche e storiche al testo, del curatore Alasdair Gray, ci forniscono un sacco di riferimenti storici su fatti e luoghi e arricchiscono la figura di Victoria McCandless di realismo e mistero, impossibile accontentarsi di credere che sia tutta finzione, impossibile scegliere di credere più al marito o più alla moglie.

E questo era solo il macro di Povere creature, grossomodo la trama, ma nel micro, proprio come il suo antecedente Frankenstein, Povere creature ci porta a riflettere su numerosi argomenti, alcuni accennati già mentre parlavamo della trama, altri, ad esempio, più strettamente legati all’ambito deontologico.

Nel libro, Bell è sempre rattristata dal non riuscire a ricordare la sua vita di prima, per via dell’amnesia, e si sente privata di un’origine, di un passato, di una madre, di un padre, dell’adolescenza, dei primi amori. Pur essendo così piccola, perché solo il suo corpo è adulto, si pone continuamente domande scomode sulla sua origine, arriverà anche a chiedere a God cosa ne è del suo bambino, poiché ha la cicatrice di un parto cesareo, domande talmente scomode a cui neanche God riuscirà a rispondere sinceramente. Vederla soffrire su questi punti così umani ce la rende simile alla creatura di Mary Shelley. Possiamo noi auspicare ad una vita monca per qualcuno che amiamo? Vi pongo solo la domanda perché non possiedo certo la risposta.

Un altro punto su cui ho molto riflettuto è sulla fortuna del suo aspetto che, a differenza di quello della creatura e quello dello stesso God, le ha aperto numerose porte. Se ci facciamo caso, Bella avrà modo di interagire con più uomini rispetto alle donne, se si esclude la parentesi della prostituzione, e tutti in qualche modo ne restano colpiti, dall’altezza, dalle forme, dagli occhi o dal modo di sorridere, alcuni come McCandless persino dall’aria fanciullesca, cosa che mi ha creato un poco di disagio.

Bell Baxter sembra una trappola, proprio come la descrive l’avvocato Wedderburn, una candida fanciulla curiosa, che attrae gli uomini che poi non riescono a stare al passo con la voracità dei suoi appetiti, delle sue richieste smisurate per una donna dell’epoca.

La sua dedizione alla causa, nel finale, dove il curatore Gray ci descrive la vita di Victoria, ci mostra un ottimo medico, dedito a migliorare le condizioni igienico-sanitarie di vita dei poveri, insegnare alle donne i metodi anticoncezionali, la pulizia per contrastare la diffusione delle malattie veneree e soprattutto un’attivista politica e una fervente socialista. Ma anche una donna che la società ha sempre cercato di sminuire, di calunniare, di zittire tanto che, quando un cronista nel 1925 chiese la sua opinione sulla Repubblica irlandese di De Valera, sulle gonne corte delle giovani donne, lei rispose: “Niente. Non leggo più i giornali.”

Victoria McCandless/Hattersley/Blessington/Bell Baxter muore nel 1946 al 18 di Park Circus dov’era rinata, forse sconfortata, ma mai piegata.

Oriana D'Apote

Oriana D'Apote classe ’93 un pendolo che oscilla tra la Puglia e l’Abruzzo. La mia prima natura è quella di ascoltatrice di storie, con l'animo inquieto sempre alla ricerca di qualcosa, il dettaglio, la poesia. Sogno di acquistare centinaia di fiabe illustrate, leggo storie crude. Vivo come il protagonista di un noir a colori dove alla fine prenderò il cattivo, risolverò il caso.

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