Noi – Evgenij Zamjatin

La distopia è (ancora) di gran moda, specie sullo schermo, dove gli scenari post-apocalittici e i regimi dittatoriali continuano a terrorizzare e affascinare. Orwell è ancora oggi uno degli scrittori più citati in assoluto, considerando che il mio fidanzato mi costringe a guardare una trasmissione che si chiama Il Grande Fratello e Beppe Grillo usa l’aggettivo “orwelliano” ogni dieci parole circa. Un mese fa ho visto Il mondo dietro di te (carino, lo consiglio) e metà delle recensioni che ho letto parlavano di “un’agghiacciante distopia sul nostro futuro”. The Handmaid’s Tale è alla sua sesta stagione, e già si parla di un prequel, e potrei andare avanti a lungo.

Ebbene, è mio ingrato compito comunicarvi che il merito (o la colpa, fate voi) è quasi esclusivamente di un romanzo di cui potreste non aver mai sentito parlare: Noi, di Evgenij Zamjatin.

Orwell stesso manifestò un leggero sdegno nei riguardi di questo capolavoro semidimenticato, pur ammettendo di averlo letto ed esserne stato in parte influenzato. In una lunga corrispondenza che ebbe con Gleb Struve (critico letterario sovietico), lo liquidò come un “romanzo non di prim’ordine”. Se non altro, però, riconosce a Zamjatin un certo acume politico.

Huxley invece affermò, (forse mentendo, chi può dirlo), di non aver mai letto Evgenij Zamjatin prima di scrivere Il mondo nuovo (1932) e di essere stato assai sorpreso dalle somiglianze tra i due romanzi.

Eppure, i due romanzi raccontano la stessa società, eccezion fatta per la componente dell’eugenetica, molto presente in Huxley, meno in Evgenij Zamjatin, che è invece più politico. Ed è proprio sull’aspetto politico che la preveggenza di Zamjatin è, senza mezzi termini, impressionante.

Zamjatin, infatti, descrive quella che sarebbe poi diventata l’Unione Sovietica nel 1919, prima che chiunque potesse anche solo concepirla, Muro compreso. La sua è la prima anti-utopia della storia della letteratura moderna, e focalizza con una lucidità sconcertante quelle che sarebbero state le paure, e poi le angoscianti realtà del XX secolo. Immagina il totalitarismo prima che esistesse, e con una precisione che ha del miracoloso.

In un non meglio definito Terzo Millennio, la società è sottoposta a una pianificazione totale. Ogni attività umana è standardizzata e predefinita. Il Taylorismo, con la sua organizzazione scientifica del lavoro, si è esteso a ogni aspetto dell’esistenza.

Si è detto che, durante il regime staliniano, si avesse più paura del proprio vicino di casa che dell’NKVD. Zamjatin l’aveva previsto, e infatti nella società che immagina tutti vivono in edifici di vetro. L’unica deroga all’obbligo di essere sempre visibili si ha durante i rapporti sessuali.
Qui Huxley e Zamjatin quasi si sovrappongono: non esistono legami sentimentali duraturi per evitare che divampino passioni, gelosie e invidie che potrebbero distogliere gli individui dal loro ruolo di cittadini. Tutti possono accoppiarsi con tutti, previo appuntamento. Per la stessa ragione, uomini e donne sono privi di nomi e identità, e distinguibili tra loro tramite contrassegni alfanumerici.

Il grigiore che sarebbe poi stato tipico dell’URSS è assente in Huxley, che immagina invece una civiltà più consumistica e frivola. È la differenza tra l’essere cresciuto in Russia ed essere cresciuto in Inghilterra, credo, e anticipa quella che sarà poi la differenza tra una società socialista di stampo Cinese e una capitalistica. Per come stanno andando le cose oggi, forse, sul lungo termine, Huxley ci aveva visto giusto nell’immaginare che nel mondo sarebbe prevalso il controllo attraverso i mass media e gli intrattenimenti pop, più che attraverso l’austerità statalista. Ma non è detto che il modello cinese non torni in voga anche dalle nostre parti.

Divagazioni geopolitiche a parte, qualche riga di trama. Noi racconta una storia che è assimilabile a quella di 1984. D-503 è un ingegnere che ha ricevuto il compito di costruire l’”Integrale”, una navicella spaziale che dovrà diffondere su altri pianeti l’ordinamento politico dello Stato Unico. Nelle prime pagine ci appare un fiero sostenitore del regime e un idolatra del Benefattore. Qui Zamjatin coglie nel segno immaginando un dittatore venerato come un santo, il cui culto ha sostituito le religioni istituzionali. D-503, però, conosce I-330, una donna che lo seduce, indulge al vizio del sesso fatto per lussuria, beve, fuma e assume comportamenti non convenzionali. Se ne innamora, e scopre l’esistenza di un gruppo di ribelli noto come “Mefi” (diminutivo di Mefistofele). I suoi appunti si fanno sempre più sconclusionati, e le sue certezze si rivelano molto fragili.

Appunti. Se Huxley scrive in uno stile realistico, asettico, e dà al suo romanzo una costruzione più solida e compiuta, Noi è costituito da pagine di diario del protagonista, che salta da un argomento all’altro senza soluzione di continuità e ci rende partecipi soprattutto dei moti del suo animo sempre più diviso e tormentato. Ho letto che Zamjatin si ispira allo skaz, uno stile molto in voga in Russia alla fine dell’Ottocento. La scrittura vuole riprodurre il parlato, con monologhi che danno la percezione di stare ascoltandoli più che leggendoli. Ad oggi, è l’aspetto che ho apprezzato meno del romanzo, che si sarebbe forse giovato di un respiro narrativo più ampio. Ma non escludo che sia solo la mia percezione distorta di lettrice contemporanea, influenzata dal gusto letterario odierno.

Nel 1922, proprio durante la nascita dell’Unione Sovietica, Noi fu censurato.

Zamjatin aveva infatti manifestato, sin dalla prefazione, la sua preoccupazione per la formazione di uno stato “granitico e ferreo”, esprimendo timore per il declino delle aspirazioni rivoluzionarie.
Aveva ragione, e la censura e la prematura morte stroncarono le sue ambizioni letterarie. Il romanzo non fu pubblicato in URSS fino al 1988, e Zamjatin espatriò nel 1931, per morire in Francia pochi anni dopo.

Se amate il genere come me, non potete perdervi il suo capostipite. E a chi ama il tema, e li ha letti entrambi: chi dei due ci ha visto più lungo, luoghi comuni a parte? Quanto Zamjatin e quanto Huxley ci sono in Orwell? Come ve la immaginate, oggi, la società tra 30, 40, 100 anni?

Fiorenza Fortini

Fiorenza Fortini nasce e attecchisce tra le colline abruzzesi. Nella vita è un’insegnante di italiano e storia (o latino e greco, dipende dagli anni). Scrive racconti sulla pagina Instagram @ritrattiscartati e sogna di pubblicare il grande romanzo generazionale italiano. Ama la fantascienza, lo smalto semipermanente, i podcast e le storie in cui alla fine il protagonista muore.

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