Menabò N°5

La cosa strana che accade quando ci si iscrive alla facoltà di Lettere è che scompaiono tutte le tipologie di regalo estranee ai libri. Tra colleghi di studio partono anche particolari sfide sulla maggior ricercatezza, la rarità del volume, e spuntano autori di cui nemmeno il bibliofilo più attento riesce a ricordarne il nome. All’inizio può sembrare straniante, qualcuno addirittura chiede espressamente di non ricevere altri testi con la scusa che “ormai non ho più spazio a casa”. In realtà si sa bene che, passeggiando per puro caso davanti alla vetrina dell’Einaudi o qualsiasi altra libreria, si finirà per esclamare: “Vabbè, alla fine un po’di spazio si trova sempre!”.

Finita l’università, invece, accade l’esatto contrario. Tendenzialmente il motivo pare condiviso: è troppo difficile regalare un libro a chi li ha studiati per anni. Voglio essere sincero, è vero.

Io sono però molto fortunato, e per i trent’anni ho ricevuto dalla mia ragazza una di quelle cose di cui si sente parlare spesso a lezione, ma che di solito si riescono a vedere solo su fotocopie o file non autorizzati (ah, se certi Google Drive potessero parlare…).

Il Menabò è una storica rivista italiana diretta da Elio Vittorini e Italo Calvino, e già questo basterebbe a dire che è necessaria. Nei dieci numeri di vita ci sono stati scritti di Eco, Barthes, Fortini, Gadda, Pasolini, Sanguineti e tanti altri; il mondo culturale era racchiuso in quella pubblicazione edita tra il 1959 e il 1967. Purtroppo, per la morte di Vittorini, anche questo sogno dovette finire.

Recuperare tutti i numeri costerebbe un occhio della testa, per cui la scelta doveva circoscriversi a un volume singolo. Quale? Ovviamente il numero 5, che tra i saggi presenta La sfida al labirinto di Calvino! Si tratta del seguito diretto del numero precedente, Industria e letteratura, proseguendone e ampliandone temi e discorsi. Le prime 70 pagine danno spazio al dibattito sulle questioni di potere, con politica, industria e cultura che cercano un’intersezione. Ci troviamo nel 1962, e la situazione sociale è vista nel panorama degli ultimi 40 anni, in cui pare che solo Majakovskij sia riuscito nell’intento di rimanere elevato e poetico nella grande piazza letteraria.

«Majakovskij non ha alcuna sfiducia verso le cose nuove, non vi si compenetra fino a identificarvisi, perdendo in tal modo ogni autonomia e possibilità di contestazione in esse. Egli non considera l’ideologia rivoluzionaria della classe operaia un “filtro deformante”, ma qualcosa che gli conferisce la precisa coscienza della funzione storica del proletariato industriale, che è una funzione rivoluzionaria, nelle condizioni della subordinazione come nelle condizioni di potere. Proprio per questo Majakovskij è uno dei pochi che può darci – parlando di fabbriche, di operai, di ogni altra cosa che sia, che avvenga all’epoca delle fabbriche, degli operai, ecc. – non una “fetta di vita” ma un orizzonte totale.»

Persino Franco Fortini, eternamente contro tutti, sembra convergere verso quest’idea.

Dopo alcune poesie di Francesco Leonetti c’è il pezzo grosso, il saggio sempiterno nei programmi di letteratura contemporanea o comparata o qualsivoglia corso letterario modernista: La sfida al labirinto di Italo Calvino.

Il romanzo si è trasformato sempre più in un labirinto, e la cosa migliore da fare nel suddetto è perdersi. Ci sono scrittori che decidono di fornire la chiave per uscirne, ma la resa al labirinto è esattamente ciò da cui rifugge Calvino. Tuttalpiù la chiave deve permettere di passare da un labirinto all’altro. Non è facile, al punto che lo stesso autore si è preso dieci anni per arrivare alla sperimentazione pratica di questo modo di fare letteratura. Nel 1979 viene pubblicato Se una notte d’inverno un viaggiatore, che ne è l’applicazione romanzesca di queste teorie.

Umberto Eco compare con un lungo saggio dal titolo Del modo di formare come impegno sulla realtà. È affascinante nei tanti passaggi comparatistici tra arte, musica e letteratura, andando ad analizzare soprattutto le strutture. Il discorso principale ruota intorno alla questione dell’alienazione dell’artista. L’esempio più significativo si riferisce all’invenzione della rima, che da un lato la disciplina riesce a mettere ordine nella mente creativa e la assoggetta a soluzioni dei suoni più gradevoli all’orecchio, e dall’altro il poeta può sentirsi alienato alla convenzione. Cuore/Amore ne è un caposaldo che ha messo in crisi parecchi canzonettisti.

Montale ha immesso nel calderone molte parole e rime inaspettate, liberandosi dal fardello della convenzione. Eppure i “montaleggianti” sono alienati dal dettare di Montale e risultano come imitatori con scarsa fantasia. Il corrispettivo musicale di Montale è Debussy, che ha sfidato la convenzione con la scala esatonale. Per Eco è fondamentale creare opere aperte, che permettono sempre una via di uscita. Sanguineti è visto come apripista verso le nuove strade possibili, grazie al suo lavoro di esasperazione delle vie avanguardiste. Non conoscete Edoardo Sanguineti? Questo volume è così perfetto da contenere sue poesie e l’anteprima del suo primo romanzo.

Capriccio italiano è l’opera più semplice di Sanguineti, eppure è difficilissima. In breve sono 111 capitoli su una crisi coniugale che pare risolversi con la nascita dell’ultimogenito, dove ogni evento salta tra sogno e realtà con pochissimi riferimenti a chiarire se si trova nell’uno o nell’altro stato. È di difficile reperibilità, anche più di Menabò, ma ne vale davvero la pena. Sanguineti fa parte di quegli autori che leggo e rileggo, mi piace, ma non posso dire di aver capito tutto quello che ho letto. Il mistero della sua scrittura mi attrae tantissimo, e spero possiate perdervi anche voi tra le sue pagine.

Ovviamente quest’articolo, come molti della sezione nascente A collazione da Tiffany, è su un articolo ricercato che difficilmente troverete in libreria, però speriamo possiate trovarlo nelle biblioteche d’Italia. Vi forniamo QUI un piccolo strumento, vera manna per i laureandi.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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