Marcel ritrovato – Giuliano Gramigna : recensione

Si fa fatica a pensare che Marcel ritrovato nasca nel corso degli anni ’60 per trovare la pubblicazione nel 1969 con Rizzoli. I tipi di Il ramo e la foglia edizioni pescano il testo dalla complessa realtà letteraria che in Italia spezza i ponti col passato, dove c’è finalmente di nuovo lo spazio per sperimentare.

L’autore, Giuliano Gramigna, è un critico letterario dei più attenti alle evoluzioni del suo campo, basti pensare che nel 1954 già curava edizioni di Zanzotto, quando i due erano da poco trentenni. Segue le teorie psicanalitiche per la sua penna critica, che a lungo servirà Il Corriere della Sera. Le stesse riemergono nel Marcel ritrovato, insieme alla frammentazione del romanzo – Ezio Sinigaglia, nella postfazione, lo definisce un romanzo pre-postmoderno.

Rientrare a Milano e fare il morto, almeno per un po’di tempo. A Bruno piaceva poco viaggiare, specialmente per lavoro, e si staccava con fatica dalla sua città come del resto da ogni abitudine; ma un lungo viaggio era a sua volta una nuova abitudine, per uscire dalla quale e ritornare alle antiche occorreva uno sforzo di volontà. Eterno traumatizzato!

Milano è una città complessa, e Gramigna lo sa bene. Da bolognese, visse nella stessa Milano del protagonista Bruno, dove corso Garibaldi era ancora una zona ricca di botteghe e popolani. Non solo le vie, descritte con estrema precisione nel loro percorso e nei mezzi che passano e collegano la città, ma le parole si respirano nelle loro vibrazioni nell’aria.

È un romanzo plurilinguistico, dove oltre l’italiano e il francese (Gramigna è anche traduttore francesista) figura un milanese da ritrovare, ma ben vivo nel periodo del testo. Tra battute di spirito e commenti sarcastici, il dialetto è popolare ma figura pure nelle bocche più elevate. Da questo punto di vista posso considerarmi molto fortunato, sia perché sono cresciuto con Jannacci e Elio e le storie tese, sia per la disponibilità dei vicini.

Ma di cosa parla Marcel ritrovato?

Bruno lavora nel mondo della pubblicità ma è anche uno scrittore in erba, e il suo Un matrimonio sbagliato ha tinte autobiografiche importanti. Nel testo riversa la sua passione per un’amica che poi sposerà un amico comune. Il protagonista riflette sull’io interiore, analizza i propri sentimenti e le relazioni, al pari di quanto fa Giuliano Gramigna col suo romanzo, anche premio selezione Campiello nel 1969.

Proprio per l’amore giovanile dovrà partire alla volta di Parigi, perché l’uomo che ha sposato, appunto Marcel, non è tornato dall’ultimo viaggio di lavoro. Ah, i bei tempi in cui sparire era ancora possibile! Estremamente interessante è questa sezione francese, dove Bruno diventa una sorta di parallelo al protagonista di Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?, ma orfano di un Bernard Blier come spalla.

Sicuramente il debito maggiore è nei confronti di Marcel Proust (che nulla c’entra col personaggio del titolo, se non come omaggio) e Alla ricerca del tempo perduto. Il tempo e la memoria giocano un ruolo centrale, con i ridimensionamenti e le digressioni per evitare certi temi – che inevitabilmente salteranno fuori comunque. Da buon metaromanzo, i riferimenti entrano nella trama. Bruno scoprirà, leggendo lettere e appunti del padre, che trovava Un matrimonio sbagliato un insieme di “povere e sbiadite reminiscenze” del capolavoro di Proust, consigliando quindi di leggere l’imbattuto originale.

La doccia fredda del commento paterno è una sorta di ultimo schiaffo sveviano, come dice anche Sinigaglia nel commento, collegandosi a La coscienza di Zeno. Il romanzo è ricco di punti che uniscono la letteratura dell’ultimo secolo, dalla seconda metà dell’Ottocento al primo Novecento. Troviamo Flaubert, Rimbaud, Rilke e tanti altri, anche fuori del cerchio letterario europeo, fino ai versi finali dell’Onegin.

Marcel ritrovato ha un pregio ancora maggiore, stilistico, ben evidente fin dal momento in cui si prende il volume per sfogliarlo. Ci sono parti di dialogo simili all’impostazione dei copioni teatrali, sezioni divise in sequenze come nelle antologie scolastiche, appendici poetiche se non addirittura critiche. Tra queste, c’è un bellissimo commento sui limiti del romanzo, relativi al fatto che prima o poi bisognerà mettere la parola “fine” mentre i personaggi continuano ad avere qualcosa in più da dire, come per l’autore che vorrebbe sempre aggiungere qualche postilla, paragrafo o capitolo. L’infinita estensibilità diventa una croce da sopportare, perché mai sarebbe possibile realizzare ciò che nella mente dell’autore risulta invece naturale.

Le note aggiungono, nel corso del libro, tutte quelle parti che un filologo appunterebbe per curare un’edizione in futuro. Giuliano Gramigna studia sé e il suo testo, quasi parodizza le modalità con cui uno studioso approccerebbe uno scritto contemporaneo.

Un lettore colto potrebbe addirittura amare Marcel ritrovato, nella sua fitta rete di complessità, ma è fruibile a qualsiasi livello: disegna ironicamente la società milanese della rinascita economica, evidenzia le fratture sociali tra i due fronti della città, ed è un romanzo moderno come i classici degli anni Sessanta. Aggiungo che, quasi unico tra gli scrittori italiani del periodo, Gramigna sa scrivere benissimo di sesso senza creare imbarazzi. Se qualcosa è naturale, bisogna scriverla con naturalezza. E Giuliano Gramigna sa scrivere su ogni argomento.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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