Marabbecca – Viola Di Grado : recensione

Iniziare l’anno con Marabbecca è davvero difficile, perché adesso avrò alte aspettative per i prossimi dodici mesi. Quando vi sembrerò tiepido con altri libri, ricordatevi di questa recensione.

Clotilde è la protagonista e voce narrante, motivo per cui entriamo nella sua mente e seguiamo il filo dei ragionamenti dentro e fuori dall’ospedale. Dopo aver lasciato il suo ragazzo Igor, i due fanno un incidente dove lui entra in stato comatoso. Anche se da poco, la coppia non era più tale.

In genere ci si aspetterebbe una storia carica di sensi di colpa e espiazione, ma Viola Di Grado è imprevedibile. Clotilde è finalmente libera di riprendere in mano la propria vita, e i pensieri volano verso quei momenti bui della relazione in cui la violenza diventa un atto ordinario, qualcosa di cui non stupirsi.

L’oscurità è un tema fondante del romanzo, infatti la Marabbecca è un personaggio del folklore siciliano (per ora) poco conosciuto fuori dai confini dell’isola. Vive al buio, nei pozzi e nelle cisterne, entità oscura che trascina gli avventori nel nero più profondo fino a trasformare i malcapitati nella sua stessa sostanza. La leggenda nasce per evitare che i bambini finiscano in situazioni pericolose, ma in questo caso viene estesa simbolicamente agli abissi personali e dei propri vissuti.

Igor stava abituando Clotilde a un tipo di relazione asfissiante più della calura siciliana, quella che arde l’aria che si respira, che asciuga la pelle e fa evaporare persino le lacrime. Clotilde non piange, è libera, ma non durerà a lungo.

Entrare in confidenza con chi ha causato un incidente potenzialmente mortale di cui si è protagonisti può essere possibile? La vita è misteriosa, tutto può succedere, e Angelica fa breccia nella mente di Clotilde. Diventa addirittura necessaria, perché Clotilde era abituata a vivere ingabbiata in dinamiche di coppia, sempre negli interni, esplorando poco la realtà esterna.

“Io volevo solo allontanarmi da casa. Era una cosa che andava fatta: un destino obbligato che si apprende subito e che va assecondato. I genitori che ti vogliono bene ti dicono: scappa dall’isola, scappa. Come se la Sicilia fosse un utero da lasciare. Altrimenti finisci come quei feti che chiusi nei corpi, senza nascere, diventano di pietra.”

Angelica studia gli uccelli, e in casa è evidente il gusto da ornitologa: il suono delle ali che si dimenano è il sottofondo di tutta la giornata. È qui che la nostra protagonista comprende cosa voglia dire la mancanza di esperienza del mondo esterno. Uccelli in cattività che passano un’esistenza con la convinzione di vivere una normalità. Loro stessi però diventeranno testimoni di una vita in gabbia, scopriranno la portata dell’innaturale.

Ogni persona può diventare la marabbecca di qualcun altro, ed è proprio quel che accadrà. Il dolore è tangibile anche nelle sue variabili passive e/o aggressive, scorre sulla pelle durante la lettura. Le frasi, le parole, i gesti possono essere un’arma o i tasselli di una corazza.

“ Le nostre liti somigliavano a partite di battaglia navale. Usavamo le parole non per comunicare ma per affondare le parole dell’altro. Un gioco cattivo, all’ultimo sangue. Me lo aveva insegnato lui. Me lo aveva imposto. Mi aveva imposto l’unica forma di comunicazione in cui credeva.”

L’immagine di copertina racchiude l’essenza del testo, davvero ispirato. Non voglio rovinare il gusto di scoprire i colpi di scena, che però non sono il punto di forza del romanzo. Mi esprimo meglio: qualora doveste scoprirli prima di comprare il libro per colpa di amici “spoilerosi”, potrete godere comunque del romanzo per i suoi significati che travalicano i limiti del romanzo che vive di sola trama.

Per certi versi è un volume parallelo a Zoo di Isabella Santacroce, ma la disperazione è qui invece frammentata fino a tramutarsi in una freddezza da anatomopatologo. Viola Di Grado seziona i sentimenti, i rapporti, e Marabbecca ne restituisce un catalogo spettacolare nei tanti dettagli che spesso non notiamo, e potrebbe strappare veli di Maya che neanche immaginiamo.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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