L’estate verticale – Chiara Sfregola : recensione

Arranco tra le fiamme invisibili che sgorgano dall’asfalto fino a raggiungere il mio motorino. È una stagione, in cui mi immergo, fatta di calore e infinite attese, in un’aria fin troppo trasparente attraverso la quale, improvvisamente, il mondo mi sembra muto come un acquario.

È quella che Livia chiamava l’estate verticale

Livia è un’attrice affermata, una bellezza androgina e diafana, la protagonista perfetta per i film d’essai e la musa ideale per ogni regista con pretese autoriali. Una creatura soprannaturale, frutto miracoloso di un rimescolamento di geni germanici e mediterranei, terreni e ultraterreni la descrive Chicca, produttrice dei suoi film.

Dentro di lei, però, c’è ancora la ragazzina che sembrava un maschio e che bruciava per Veronica, la migliore amica, invidiata e desiderata, detestata e idolatrata. Il successo sembra un qualcosa che le è capitato per caso mentre era ancora impegnata a fare i conti con la sé della terza media, la sé di quell’estate in cui è entrata in contatto con la propria sessualità e il rapporto con Veronica è cambiato per sempre.

Se l’apertura è molto tradizionale (il ricordo di un’estate che cambia tutto), il romanzo ha invece uno svolgimento sorprendente. L’autrice sceglie infatti di scomporre la storia in sette frammenti. Corrispondono a punti di osservazione diversi, linee temporali che si intrecciano senza soluzione di continuità, voci femminili che gravitano attorno a Livia ma acquisiscono esse stesse la dignità compiuta di protagoniste.

Sono fidanzate, amanti, amiche, produttrici. Ognuna porta con sé la propria sofferenza e una percezione di quanto accade totalmente personale, spesso lontana dalla verità. Sono attratte le une dalle altre ma allo stesso tempo si respingono, e ognuna sembra alle altre ambigua, orgogliosa, ombrosa e crudele.

Uno degli aspetti più veri e dolorosi del romanzo è proprio quello dell’incomunicabilità. Lo stesso momento assume valenze opposte per ogni donna che lo ha vissuto, e anche la percezione che le protagoniste hanno di sé stesse è viziata, parziale. Immaginano i pensieri delle altre e (ma lo sappiamo solo noi lettori), ogni volta, si sbagliano. Parlarsi in modo autentico è impossibile. Ogni voce si esprime nella forma di un monologo interiore, del quale non sembra voler proiettare nulla verso l’esterno.

Donne che vivono insieme ma sono compartimenti stagni. Donne che non amano sé stesse, che lottano contro l’inadeguatezza, il senso di vuoto, il disagio di restare nelle proprie vite, nei propri rapporti.

Irene è un’autrice, ma crede di essere una miracolata, priva di talento, come se non meritasse le storie che racconta. Cora, l’eterna amica, si sente sgraziata, invisibile, osserva le vite degli altri come non avesse il diritto di farne parte. Chicca, produttrice cinematografica, proietta all’esterno l’immagine della virago di successo, inscalfibile nel suo caschetto sempre perfettamente tagliato, e invece è un intreccio di fragilità e paura, di inconfessabile bisogno di amore.

Le relazioni sentimentali e sessuali che intessono tra loro sono quasi sempre disfunzionali. Rifuggono la routine fasulla della coppia qualunque, la “normalità” borghese della relazione monogama, ma non sanno trovare un altro modo di stare insieme che non si risolva nel farsi reciprocamente del male.

L’estate verticale ha però ambizioni che vanno oltre una sequenza di bozzetti intimisti. Si racconta un mondo, quello del Cinema, che l’autrice conosce molto bene (Chiara Sfregola è produttrice e sceneggiatrice), ma più in generale la Roma delle velleità, degli autori TV, gli stagisti alla Fox, i registi di clip, i falliti, i delusi, i depressi, i frustrati, come cantava Niccolò Contessa.

Ho amato particolarmente la descrizione della casa di Lea e della corte che vi si muove, spiantati che vivono di espedienti. Una generazione che dimentica dietro all’ennesima botta di coca che là fuori c’erano dei sogni da realizzare, la schiera di quelli a cui la maestra ha detto che sarebbero diventati grandi pittori, scrittori, attori e che quando si sono scontrati con il mondo reale non hanno retto al colpo.

Un campo magnetico […] un posto in cui nessun progetto di vita sembrava realizzabile, come se lì dentro ci fosse una forza oscura che rallentava i ritmi e rafforzava legami artistici basati sul proprio vuoto comune, dove farcela era sinonimo di tradimento. Bisognava essere cool abbastanza da poterci entrare e sconosciuti a sufficienza da poterci rimanere.

L’estate verticale è un romanzo molto affascinante. La lettura scorre veloce, ma senza superficialità. Ci leghiamo alle protagoniste così tanto che ci dispiace perderci il resto delle loro storie, vorremmo sapere com’è che va a finire, forse sperando che per loro ci sia un riscatto, una redenzione.
Che per alcune viene almeno lasciata intuire. Per altre, invece, capiamo che è solo un’illusione.

Fiorenza Fortini

Fiorenza Fortini nasce e attecchisce tra le colline abruzzesi. Nella vita è un’insegnante di italiano e storia (o latino e greco, dipende dagli anni). Scrive racconti sulla pagina Instagram @ritrattiscartati e sogna di pubblicare il grande romanzo generazionale italiano. Ama la fantascienza, lo smalto semipermanente, i podcast e le storie in cui alla fine il protagonista muore.

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