Le grandi mani di mio padre – Choi Deok-kyu : recensione

L’avvertenza maggiore che posso fare a chi si appresta alla lettura di Le grandi mani di mio padre è che verserà cisterne di lacrime senza bisogno di parole. Questo volume di Choi Deok-kyu, in Italia grazie alla Quinto Quarto, è un silent book, genere che ancora non avevo affrontato; è un albo illustrato, con immagini che trasportano il lettore dove le sole illustrazioni bastano a rendere le emozioni della storia narrata.

L’autore coreano rappresenta quello che banalmente possiamo chiamare il cerchio della vita, e la banalità deriva unicamente dalla ciclicità, eppure ogni momento, ogni pagina entra nel quotidiano e in quei tasselli in cui tutti siamo passati o passeremo, da un lato o dall’altro. Siamo figli, accuditi da piccoli e talvolta da grandi, ma prima o poi accadrà il contrario. I bambini hanno, a ridurre all’osso le azioni, gli stessi bisogni degli anziani: così come vestirsi era un atto impossibile senza l’aiuto di un adulto, in là con l’età c’è bisogno di una persona più giovane e così via.

Le mani sono protagoniste. Già la copertina mette in risalto le mani del padre che proteggono il figlio in primo piano. Simbolo del lavoro e della laboriosità, diventano uno scudo dietro cui rifugiarsi, l’appiglio, l’aiuto, la spinta necessaria ad andare avanti. Le grandi mani di mio padre sono anche quella pacca sulla spalla, quel moto di fiducia che arriva da chi probabilmente “c’è passato prima di te”, e si spera possa essere orgoglioso del fatto che, seppur con modalità diverse, abbia trovato anche tu un modo per farcela.

“Per molti anni ho teneramente conservato nel mio cuore questa storia che solo adesso ho la forza di raccontare. Nel diventare padre e sostenere la manina di mio figlio, ho sentito l’orgoglio di aver raggiunto tutto nella vita. Anche mio padre deve aver provato le stesse cose. Vorrei tanto poter stringere ancora, anche una volta sola, le sue mani, mani grandi, rugose, accoglienti come sempre.”

Choi Deok-kyu illustra un sentimento reciproco, la gratitudine. La paternità è il vero atto di passaggio all’età adulta, quando un piccolo essere dipende completamente da te e occupa ogni tuo momento, ma sei grato di quell’amore puro e incondizionato. La stessa gratitudine subentra decenni dopo. Prendersi cura dei propri genitori, che hanno dedicato anni a una persona che per tutta risposta è diventata acida per un periodo indeterminato chiamato adolescenza (che ultimamente s’allunga, con la difficoltà di uscire dal nido familiare), non è un atto dovuto, ma il modo migliore per dimostrare che quell’amore può aver fatto tutti i giri di questo mondo, ma è un attimo far brillare di nuovo quella scintilla.

In tutta sincerità, Le grandi mani di mio padre può diventare un’arma contro cuori ispessiti. Per un fuorisede, specie se la nuova sede è lontana, ogni pagina può diventare un cazzotto sullo sterno. Sapere che i chilometri non permettono di dimostrare quella gratitudine è un inferno. A volte potrebbe bastare una telefonata a riavvicinarsi, però le voci potrebbero tradire stanchezza e preoccupazioni, e da ambo i lati diventa difficile ritrovare gli equilibri tanto sperati.

Per la prima volta devo chiudere una recensione perché è dalle prime righe che ho riiniziato a piangere, e vorrei non sapere il motivo. Ai lettori lontani dai propri genitori: nel caso vogliate leggere Le grandi mani di mio padre, siate pronti a prendere il primo biglietto per il treno di ritorno, perché vorrete scappare a casa alla ricerca di quelle mani che hanno già asciugato parecchie vostre lacrime e mai si stancheranno di farlo.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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