L’arte del drag – Jake Hall, Sofie Birkin, Helen Li, Jasjyot Singh Hans

Lo ammetto: ero poco preparato ma estremamente affascinato dal mondo di questo libro, e per me L’arte del drag è stato un volume di alto valore istruttivo. Il libro è di Quinto quarto edizioni, e il nome promette sapori più forti e decisi, forse insoliti. Sì, mantiene le aspettative.

Abbiamo conosciuto questo testo con il Bookrave, il gruppo di lettura dedicato agli editori indipendenti, ed è stata la prima scelta: quasi come sotto l’effetto di un particolare magnetismo, la nostra calamita letteraria ha portato direttamente verso lo scaffale dedicato.

Come posso definire L’arte del drag? È un saggio introduttivo, quindi non ci sono quelle lungaggini ipertecniche e noiose che spesso figurano nella saggistica, specie quella universitaria (ah, quanto sangue schiumato su libri universitari che, per quanto interessanti nel contenuto, risultavano illeggibili per la forma; certi professori misurano la propria bravura in quantità di sinonimi desueti utilizzati, come se l’ardua lettura fosse un titolo nobiliare).

È anche un saggio illustrato, e gli stili sono davvero particolari. Il plauso va a Sofie Birkin, Helen Li e Jasiyot Singh Hans, che restituiscono in immagine ogni storia raccontata. In effetti ogni doppia facciata racconta una storia, perché l’intero percorso si costruisce passo dopo passo, un tassello per volta, come accade per tutti i cambiamenti sociali.

Imbarazza pensare che l’arte drag abbia dovuto percorrere una storia così lunga per ottenere riconoscimenti pubblici, e il peggio è che la strada è ancora agli inizi. Purtroppo i famosi corsi e ricorsi storici hanno, nel loro ciclo, lunghe parentesi in cui la società fa marcia indietro: restaurazioni di vecchi ordini, dove i pochi passi in avanti potrebbero sembrare vani, ma si creeranno sempre resistenze e rivoluzioni che ripristineranno i progressi. Almeno questa è la speranza.

Il termine drag è oggi comune, ma compare solo nel 1870 in un annuncio sul settimanale inglese Reynold’s Newspaper, dove in un evento si invitavano gli uomini a venir vestiti da donna. Nei secoli passati non era certo una novità, basti pensare al teatro elisabettiano: per le donne, recitare era considerato quantomeno disdicevole se non peggio; gli uomini dovevano quindi ricoprire i ruoli femminili ricorrendo a travestimenti. Le parti da donna, come vediamo con le opere di Shakespeare, erano principalmente di servizio, ma non mancavano importanti personaggi e monologhi (vedi la grandiosa Lady Macbeth).

Il carattere giocoso dell’attività drag arriva solo a fine ‘700 col vaudeville, la commedia musicale francese. Tutt’ora i numeri musicali scherzosi sono tra i momenti più attesi nel genere, che però ha cambiato parecchi caratteri – diventando avanspettacolo, varietà e continuando a trasformarsi.

In L’arte del drag passano in rassegna le tappe delle rivoluzioni e le accettazioni del genere. Nel corso dei secoli sono state diverse le leggi che contrastavano certi modi di vestirsi: di base erano promulgate contro la prostituzione, ma nei fatti vietavano ogni concetto vicino al drag. Ovviamente non posso citare tutti gli avvenimenti, in primis perché finirei per spoilerare mezzo libro a chi vuole addentrarsi in questo universo, e poi perché il piacere della scoperta è un dono prezioso.

I moti di Stonewall, però, sono un’ottima eccezione. Lo Stonewall era un gay bar di New York, Stato così all’avanguardia che aveva reso legale l’omosessualità ma mantenendo la distinzione in cittadini di serie A e serie B. Tra le tante cose, bere alcolici era un illecito amministrativo per la maggior parte degli avventori del locale. Dopo l’ennesimo raid della polizia, il malumore divenne rabbia e la folla decise di agire contro le forze dell’ordine che sempre più si stavano accanendo.

Le voci su come andarono realmente le cose differiscono, talvolta anche parecchio, e forse anche per questo non stiamo parlando di un avvenimento importante ma leggendario. I due film omonimi sulla vicenda sono a loro volta molto diversi, ed entrambi sono immancabili.

I protagonisti di queste storie sono tutti affascinanti, ognuno a modo loro. Prima di questo testo ero convinto di conoscere solo RuPaul e pochi altri, ma perché le mie associazioni mentali cercavano il termine “drag”. Il mio cervello mancava della connessione tra immagini che conoscevo bene ma senza dare larghe definizioni.

Il nome Barbette non mi diceva nulla, eppure è l’ispirazione per il film Viktor und Viktoria; la rivelazione del proprio sesso alla fine dei propri spettacoli era una sorta di firma, e in tanti rimasero affascinati (a partire da Jean Cocteau che poi commissionò a Man Ray un servizio fotografico famosissimo – e a maggior ragione sono in torto nel non sapere il nome di Barbette pur conoscendo bene quelle fotografie).

Un’altra mia grande mancanza è quella per Sylvester: amo la sua voce ma mi mancavano la sua storia e la sua immagine. L’età non aiuta, infatti il cantante è morto due anni prima della mia nascita, ma almeno la sua voce rimane immortale – la conoscono anche i ragazzi di 14 anni a cui insegno. Approfondirò, però, il lato sperimentale che ho letto su L’arte del drag.

Oltre il lato storico, quindi, con questo bel volume possiamo entrare in filmografie e discografie impattanti, elenchi ragionati e focus su film immortali come The Rocky Horror Picture Show o le tante opere di John Waters, di cui non mi sento di consigliare singoli elementi perché bisognerebbe vedere ogni sua produzione, ogni sua sfida a qualsivoglia sistema e preconcetto.

Anche se all’inizio, sfogliando il volume, mi era sembrata strana la presenza di Mrs. Doubtfire, ho poi capito che un senso ce l’ha – la colpa è mia, e infatti persino Tootsie mi sembrava un’esagerazione da inserire nel testo, una forzatura. A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar invece l’ho sempre trovato un capolavoro sottovalutato, e dopo la lettura lo è ancor di più.

Oriana, poi, mi ha indirizzato meglio sul versante televisivo. Ho molto da recuperare, ma non vedo l’ora. Mi ha parlato delle ballroom, del lipsync e… sì, devo iniziare Pose.

Ho un solo appunto su L’arte del drag: nel testo c’è un breve dizionario che illustra i termini propri della cultura drag, molto utile. Il volume è però americano, e lì le parole diventate mainstream sono già molte. Per il mercato italiano, forse, sarebbe servita qualche esplicazione in più. Per questo motivo però ho parlato prima del piacere della scoperta: non è una vergogna aprire Google e cercare cose che non si capiscono al volo; sarebbe molto peggio il contrario.

L’arte del drag è un libro per conoscere, per imparare, per amare.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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