La scuola dei disoccupati. Lavorare non è per tutti – Joachim Zelter

«SPHERICON produce opportunità – le ultime – per quegli uomini che credono, o vogliono credere, di essersi giocati o di aver bruciato tutte le loro chance. SPHERICON è un centro decisionale.»

La seconda pagina del romanzo La scuola dei disoccupati. Lavorare non è per tutti dello scrittore tedesco Zelter credo sia rappresentativa del romanzo da poco terminato di leggere. È stata una lettura trovata per caso mentre cercavo nell’outlet al -50% di IBS per raggiungere i canonici 29 euro per non pagare la spedizione.

Il titolo mi sembrava molto interessante, la casa editrice Isbn Edizioni mi era sconosciuta, e l’idea di uno scrittore contemporaneo tedesco che immagina un ipotetico lager nella Germania del 2016 mi ha fatto abboccare all’amo. 

Non siate riluttanti anche se – come sappiamo tutti grazie al programma di storia delle scuole superiori – la Seconda Guerra Mondiale e il genocidio ebraico sono stati davvero una cosa disumana che non va dimenticata, e forse scherzarci sopra può risultare anche un tantino di cattivo gusto; con l’intelligenza e sagacia è possibile parlare con toni più leggeri, ma allo stesso tempo consapevoli, di ciò che è più delicato: la dilagante disoccupazione che aleggia nell’Europa o almeno in Italia nel XXI secolo.

Vi ho fatto sorridere? Spero di sì!

Questa premessa serviva per proiettarci insieme nella scomoda e poco felice situazione che viviamo noi giovani neolaureati e non, in questo periodo di crisi lavorativa. Molte persone partono per il nord Italia a cercare fortuna, altri vanno all’estero per cercare di fare il vero salto. Infine c’è chi si riduce, purtroppo, a ridimensionare le proprie aspettative.

Zelter con La scuola dei disoccupati descrive in modo amaro e caustico un mondo distopico non così lontano dal possibile, metaforicamente parlando. La società di oggi vuole solo la classe dei vincenti, che siano di una qualsiasi professione dal fioraio al chimico. Questo lager chiamato SPHERICON ospita per circa 3 mesi i “trainees” (dai 25 ai 45 anni) e li aiuta verso una nuova apertura, per rompere il ghiaccio che si trova nelle loro teste, intraprendere una nuova verità.

A tratti sembrava quasi un discorso sull’idea di purezza e la formazione di una nuova “razza”, e questo può inquietare un po’; andando avanti con la lettura, agevole eccetto per 186 pagine di libro senza alcuna divisione in capitoli (unico neo), risulta chiaro come sia evidente ciò che lo scrittore friburghese vuole dire, almeno a mio parere:  prendere consapevolezza di ciò che si è, scavare una fossa dove sotterrare le nostre false speranze e i momenti più bassi che abbiamo raggiunto nella nostra depressione emotiva dovuta agli insuccessi o il semplice “ancora non trovo lavoro” e ricominciare, tabula rasa.

È un consiglio per i sognatori di mettere i piedi per terra e trovare un modo per cavarsela. Vorrei fare un appunto allo scrittore: molti disoccupati, me compresa, non è che godano a dormire ancora nella propria cameretta. Almeno una parte: poi ci sono sempre i mammoni, ma loro sono un caso disperato.

Bisogna essere critici verso sé stessi ma senza sotterrarsi in una valanga di autocommiserazione e di insuccessi raggiunti.

Non sono i mille certificati da allegare nei vari curricula che fanno di te una persona migliore rispetto all’altra, ma è come presenti te stesso. A SPHERICON i formatori che ti seguono nel campo di addestramento ti fanno memorizzare percorsi formativi e lavorativi di più tipi; ti mettono sotto pressione per vedere se poi sai davvero spenderti in un colloquio.

Quindi: accumula carte? quello sì, e noi italiani siamo bravissimi nel farlo, però meno ansiette e più sangue freddo anche davanti al più temibile recruiter delle risorse umane.

La scuola dei disoccupati di Zelter è una critica alla società che fa raggelare, sorridere, e insegna come riprendersi anche dalla peggior valanga di tristezza che si possa avere addosso in modo da diventare i migliori venditori di noi stessi!

Federica Andreozzi

Leggo da sempre, e ho deciso di diventare miope e astigmatica solo per provarlo a tutti. La mia compagna di vita si chiama Ansia, che mi somiglia ma ci vede benissimo. Recensisco di tutto, anche le etichette delle camicie, ma se mi date un fantasy non potrò che assumere l’espressione schifata in foto.

Lascia un commento