La guerra di Catherine – Billet e Fauvel

Susan Sontag in Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società ripercorre la storia e l’evoluzione del dagherrotipo e dell’impatto che ha avuto a livello socioculturale. Le fotografie forniscono testimonianze, dimostrazioni incontestabili, incontrovertibili. Allo stesso tempo, possono anche deformare la realtà e dare diverse manifestazioni di essa (Nda. Blow up gira tutto intorno a questo tema. Guardatelo e, nel caso, spiegatemi meglio il finale). Ad ogni modo, ti permettono di rivivere un attimo congelato che non potrà mai più tornare. Ogni fotografia è un “memento mori”, un attimo privilegiato.

Le fotografie danno una visione del mondo, come un quadro. È anche strumento di evasione e scoperta dei confini più lontani. Per la protagonista della graphic novel La guerra di Catherine, edito dalla Mondadori, la fotografia è immortalare con un click “l’eccezionale nel quotidiano”.

Billet e Fauvel - La guerra di Catherine

La studentessa Rachel decide di testimoniare e raccontarci, coi suoi ritratti, la Seconda Guerra Mondiale e gli anni di clandestinità che è stata costretta a vivere per la persecuzione ebraica, rinunciando alla sua identità, il suo nome e la sua fede.

Frequenta la Maison de Sèvres, un Istituto noto per l’opera di accoglienza di bambini vittime del secondo conflitto mondiale.

La giovane protagonista, pur di salvarsi, deve riscrivere il suo passato e vivere in una menzogna, ma l’unico oggetto che la tiene ancorata alla sua vera identità è la sua Rolleiflex, la macchina fotografica che Pinguino e Gabbiano le hanno affidato prima della partenza dalla Maison che tanto adorava. Questi due educatori furono pionieri di una nuova pedagogia; molti anni dopo la fine della guerra furono decorati con la medaglia dei Giusti tra le Nazioni.

Attraverso il mirino osserva un mondo in distruzione, testimoniando un periodo storico indimenticabile e che resterà una ferita sempre aperta nella storia dell’umanità. D’altro canto narra anche di come solidarietà, amore e speranza in un futuro migliore possano far andare avanti, senza far spegnere la fiamma della speranza. Le tante peripezie le permetteranno di incontrare persone che l’accudiranno e tratteranno quasi come una figlia, come una giovane coppia di partigiani nel confine italiano.

La guerra di Catherine ti assorbe col suo ritmo serrato, e i vari campi e controcampi nelle diverse tavole contribuiscono a evidenziare il dinamismo della storia. Non a caso prima ho usato il paragone del quadro in relazione alla fotografia: i disegni e la tecnica dell’acquerello permettono di entrare nella pagina vivendo la vicenda appieno. I colori caldi, intervallati con il bianco e nero delle diapositive, trasmettono l’idea di un passato ancora molto vivo e familiare; come il periodo in cui viene protetta dai partigiani e si lega a Cristina che vede come una sorella maggiore. Lei l’accoglie in casa e vi si lega in maniera indissolubile. Quest’ultima deciderà di chiamare la primogenita Catherinette, per l’affetto che prova per la giovane fuggiasca. Solo a lei racconterà di chiamarsi in realtà Rachel.

Lieto anche il momento in cui finalmente riesce a tornare nella sua Francia ritrovando il suo amato, Étienne Lombardi, fotografo di cui si innamora e con cui si trasferirà negli Stati Uniti d’America.

La guerra di Catherine è un romanzo che riesce ad entrare e coinvolgere sia un giovane lettore che uno più adulto senza mai risultare noioso ma avvincente. È interessante il punto di vista della storia e il modo con cui le autrici Julia Billet e Claire Fauvel hanno deciso di raccontarlo. Il fuoco d’osservazione per quasi tutta la narrazione è dall’obiettivo della Rolleiflex di Catherine. Il dagherrotipo riesce a far emozionare e conservare gli attimi di felicità in un contesto tutt’altro che allegro, come le tre giovani ballerine che provano una coreografia.

Julia Billet decide di dare voce ad una storia realmente accaduta, quella di sua madre, come monito e perché è una storia che meritava di essere raccontata. La guerra di Catherine vince il Premio Andersen 2018 nella categoria “miglior libro a fumetti”.

Federica Andreozzi

Leggo da sempre, e ho deciso di diventare miope e astigmatica solo per provarlo a tutti. La mia compagna di vita si chiama Ansia, che mi somiglia ma ci vede benissimo. Recensisco di tutto, anche le etichette delle camicie, ma se mi date un fantasy non potrò che assumere l’espressione schifata in foto.

Lascia un commento