La corriera stravagante – John Steinbeck : recensione

Come l’Ulisse di James Joyce, anche La corriera stravagante di John Steinbeck (1947) racconta la storia di un solo giorno, un giorno che sancirà – in parte solo metaforicamente – l’inizio o la fine della vita dei protagonisti. Tuttavia, seppur entrambi tasselli nell’evoluzione del romanzo moderno, non c’è possibilità di paragone fra i due. Ciò che Steinbeck fa, qui come negli altri suoi capolavori, è descrivere con disarmante lucidità uno spaccato della società del suo tempo. E chi, in questo romanzo, accosta l’aggettivo stravagante all’autore, oltre che alla corriera, permettetemi di dire che non ha capito niente.

Tutto comincia dalla Svolta dei Ribelli, da cui parte la Sweetheart per accompagnare i viaggiatori verso la città immaginaria di San Juan de la Cruz.

La forza narrativa del romanzo sta, oltre che nella prosa che non delude mai, nella focalizzazione apparentemente esterna del narratore. Con una maestria degna dell’Olimpo della Letteratura, Steinbeck e il suo narratore esterno descrivono, come in un giornale, il viaggio della corriera. Proprio lo stile da cronista che racconta solo ciò che vede, fa in modo che il romanzo possa essere associato al travellogue, un genere in bilico fra letteratura e giornalismo. Ma, in realtà, il punto di vista della narrazione si fa spesso cangiante e il lettore si trova, capitolo per capitolo e pur senza rendersene conto, nella mente dei protagonisti. Rimanendo lucido ed esterno, senza voler veicolare alcun tipo di messaggio, giudizio o morale, Steinbeck mette a nudo uno scorcio della società ed è qui, fra queste descrizioni, che ci si accorge che la Svolta dei Ribelli probabilmente non è solo un luogo, ma il titolo allegorico dell’intera opera.

Si percepisce, altresì, che il viaggio non è solo fra le strade della California, ma anche – e soprattutto – un viaggio intrapreso dai protagonisti nella loro interiorità. Il lettore assiste alle svolte emotive di quel gruppo eterogeneo di individui, tutti ribelli a modo loro: chi sogna la libertà ma si ritrae poco prima di averla raggiunta, chi ritrova la propria identità e chi invece la perde, chi si ribella alle imposizioni sociali, chi abbandona ogni cosa per inseguire un sogno, chi lotta con i propri demoni e chi trova la pace. Il tutto, sullo sfondo di un’avventura agognata a tal punto da non rendersi conto di starla vivendo hic et nunc, in quella corriera.

Invero, l’unica che sembra comprenderlo è Bernice e il lettore se ne avvede leggendo le “lettere” che essa scrive idealmente alla sua amica, nelle quali racconta, con enfasi e particolari, tutto quello che accade durante quel viaggio sulla corriera, preludio al vero viaggio in Messico.

Tralasciando la lettura de La corriera stravagante in chiave turistica, su cui si potrebbe scrivere un trattato, non può non apparire nitida la scelta di Steinbeck che fa del Messico sia la meta della vacanza dei coniugi Pritchard, sia il luogo di provenienza dell’autista della corriera, Juan Chicoy. Molte volte il signor Pritchard motiva il suo viaggio come un’esperienza che arricchisce e espande gli orizzonti, e Juan ricorda la sua terra natia come una sorta di Paradiso perduto.

E proprio il signor Chicoy, oltre ad essere messicano trapiantato in America, è anche per metà indiano e questo escamotage dà modo a Steinbeck di raccontare sì uno spaccato di società americana, ma uno spaccato particolare, quello degli abitanti del SouthWest. Il Sud Ovest degli Stati Uniti, contact zone dell’America, terra dove da secoli convivono messicani, indiani e americani bianchi (i cosiddetti WASP: White Anglo-Saxon Protestant), dominatori e dominati. Terra martoriata dalla mancata integrazione, dalla crisi identitaria degli individui triculturali, dalla tesi della Frontiera che divide ciò che in principio era unito.

Il motore della comprensione dell’altro e delle differenze è (da) sempre il viaggio perché, citando Mark Twain nel suo The Innocents Abroad (1869): «Travel is fatal to prejudice, bigotry, and narrow-mindedness, and many of our people need it sorely on these accounts. Broad, wholesome, charitable views of men and things cannot be acquired by vegetating in one little corner of the earth all one’s lifetime[1]

La citazione non è casuale, infatti questo celebre travel book ha parecchie affinità con La corriera stravagante. Oltre all’utilizzo del viaggio come strumento, sarebbe infatti possibile e molto interessante paragonare gli innocenti all’estero di Twain con i ribelli di Steinbeck.

E tuttavia, fin dall’esergo del romanzo, l’autore mette in chiaro che ciò che accade a quella “collezione di tipi curiosi” della società americana, è in realtà un racconto simbolico della vita dell’ Everyman:

«Messeri, ecco una storia che contiene

Una cosa che con devozione è bene

Che imparino tutti e che ciascuno

Vedrà che è la storia di Ognuno,

E dentro c’è una morale che mostra

Che la sua strada è anche la nostra.»


[1] Il viaggio è fatale per il pregiudizio, il bigottismo e per la ristrettezza mentale, e molti di noi ne hanno estremamente bisogno proprio per questo motivo. Vedute ampie, sane e buone non possono essere acquisite vegetando tutta la vita in un piccolo angolo della Terra.

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