La confezionista – Mariana Leky : recensione

Sono passati due anni per riuscire a leggere La confezionista, ma da quando ho fatto il trasloco, dovendo rinunciare alla mia – non troppo bella e tozza – Billy, non è per nulla semplice tenere sott’occhio, o tutt’al più divisi, i libri letti da quelli non letti.

Un po’ com’è successo ai miei amati fenicotteri, ne avevo a dozzine, lucine, peluche, globi di neve con la sabbia rosa, quadernini e portafoto; ne avevo persino uno che cantava e ballava lo yodel!

Ora, mi rendo conto che sono sopravvissuti solo una penna e un portachiavi, il cui morbido sedere piumato viene usato anche come puntaspilli; probabilmente la loro perdita è sintomo di un evidente impoverimento della mia vita, in carenza del loro bellissimo manto.

Quanto ho preso La confezionista, l’ho preso per la bellissima copertina, l’ho preso con un senso di appartenenza, senza accorgermi che uno dei colli dei fenicotteri in copertina portava addosso delle crepe; particolare interessante da notare prima di cominciare la lettura.

Confesso che immaginavo un libro più leggero, invece si è rivelata una lettura stimolante, come lo sono – per me – le storie che non svolgono la trama in maniera lineare e dove a tutto si può dare varia interpretazione.

La confezionista unisce i piani del reale, e in molti punti l’atmosfera mi ha ricordato quella de L’incanto del pesce luna, non saprei definire bene il perché, in fondo le due storie non si somigliano, ma qualcosa nel modo di narrare o di creare aspettativa, attesa, sospensione nella trama, quando non si possiede ancora tutto il quadro in maniera chiara, me lo ha ricordato.

Come anche un po’ La crociera, dove però la filosofia del wabi-sabi viene sostituita da un inestinguibile credo nelle ferree leggi di un karate tramandato dai film.

Capisco che sembri uno strano mix, in effetti non ho ben capito, la copertina dice: “una meravigliosa storia d’amore” e io me l’ero immaginata più semplice.

Prima di tutto abbiamo la nostra protagonista, la cosa che mi ha incuriosito di più è che il suo nome ci viene rivelato davvero tardi nel libro, a seguito di una formalità. Di Katja Wiesberg non sappiamo niente, tranne quello che ci dice, non abbiamo neppure idee sul suo aspetto, se non estremamente vaghe o supposte. Questa è sicuramente un’altra cosa che mi piace, sono stanca di libri in cui sono tutti sempre irrimediabilmente bellissimi e affascinanti.

Sin dall’inizio de La confezionista, Katja ci racconta la sua storia d’amore con Jakob, del suo matrimonio, della loro vita insieme, di com’è cambiata, di come lui si sia allontanato e di come lei non abbia voluto vedere la verità, o comunque non abbia potuto, dati i gravi problemi alla vista avuti in quel periodo.

Il racconto è così naturale che non sembra neppure la storia di un grande amore o di un grande sentimento.

Eppure con la morte di Jakob, nonostante l’infedeltà di lui e una crisi matrimoniale in corso, il dolore travolgerà Katja, un dolore della perdita paralizzante, un’assenza enorme, che non può essere colmata se non con un’altra fine. In fondo cosa può succedere ancora ad una vita dopo tutto questo dolore?

Stranamente possono succedere un sacco di cose, stranamente succedono a Katja nonostante viva come un fantasma, anzi forse succedono più cose a lei che alla maggior parte delle persone che conosco!

Attenzione: ora io vi devo fare un piccolo spoiler, nella sua vita da fantasma Katja incontra il Dottor Blank, filologo classico, defunto, almeno per i più, e per non farci mancare niente, Armin Golling, giovane sedicente pompiere, a quanto pare vivo.

Katja è l’unica che vede Blank, anche se nessuno ne mette mai in discussione l’esistenza, anzi, tra le cose più carine di Armin c’è proprio la volontà di fargli sempre domande, anche se poi per la risposta deve affidarsi solo alle parole di Katja.

Questi tre cominciano uno strano rapporto fatto di alti e bassi, di cose bizzarre e divertenti, e se il rapporto di Katja e Armin si svilupperà su un piano carnale, quello di Katja e Blank lo farà su quello sentimentale.

Il loro è un rapporto di fiducia e di reciproco supporto, insomma, i due trovano l’amore nel momento più inaspettato della vita, per lei, e della morte, per lui.

Forse de La confezionista è questo che mi lascia più in dubbio, anche apprezzando il fatto che la protagonista abbia avuto solo rapporti sentimentali con il defunto, eppure mi è sembrato come se l’autrice ci volesse mettere davanti all’ottica che non possiamo avere tutto da una sola persona. Da un lato possiamo amare ancora, dopo il dolore della perdita, da un altro possiamo amare e vivere dopo la morte e da un altro ancora possiamo avere un figlio da una terza persona viva.

Immagino che il bambino rappresenti per Katja quel futuro che dopo la morte di Jakob non riusciva ad immaginare e ci serva come proiezione visiva del futuro della protagonista, però ecco, ci sono cose su cui mi spinge ancora a riflettere.

Sebbene io l’abbia trovata una lettura bizzarra e dolce, soprattutto da metà libro fino al suo finale, non riesco comunque a smettere di chiedermi se alla fine finiamo sempre con le persone sbagliate, e che quando troviamo quelle giuste è troppo tardi e poi ci dobbiamo accontentare di un pompiere di venticinque anni ossessionato dalla filmografia sul karate.

Armin è a volte buffo, e ha quella superficialità tipica della gioventù che potrebbe strappare ancora un po’ di vita dalle paure di Katja eppure, c’è un eppure grosso come una casa a più piani che non smette di ronzarmi in testa: e se le cose fossero andate diversamente?

Oriana D'Apote

Oriana D'Apote classe ’93 un pendolo che oscilla tra la Puglia e l’Abruzzo. La mia prima natura è quella di ascoltatrice di storie, con l'animo inquieto sempre alla ricerca di qualcosa, il dettaglio, la poesia. Sogno di acquistare centinaia di fiabe illustrate, leggo storie crude. Vivo come il protagonista di un noir a colori dove alla fine prenderò il cattivo, risolverò il caso.

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