IT – Stephen King

Halloween, quale giorno migliore di questo per parlare di uno dei libri più famosi del genere horror?

Si, è lui, croce e delizia di molti lettori: IT di Stephen King.

Un libro che spaventa non solo per il contenuto ma anche per la mole, un mattone compatto che racchiude al suo interno una città, sette protagonisti, due linee temporali e l’essenza stessa della paura: il buio mistico dell’universo mai creato, meglio conosciuto come Pennywise il Pagliaccio Ballerino.

Ragioni, queste, per le quali sento di poter perdonare King per la creazione di un mostro di tali dimensioni.

Sfido ad infilare una città intera in meno pagine!

Proprio come succede ai protagonisti, anch’io mi sono accorta di star già cominciando a dimenticare.

Come al risveglio da un incubo, all’inizio è tutto spaventosamente nitido. Poi, mentre si scivola di nuovo nel sonno, tutto comincia a sbiadire tanto che al risveglio non ricordiamo più la paura.

Perché IT è un incubo, è il trauma che credi di esserti lasciato alle spalle, in un’altra città, in un altro tempo.

Ora sei una persona diversa, affermata, che non crede più alle favole.

IT è il licantropo nelle notti di luna piena, il lebbroso, la mummia, un clown diabolico senza peso né ombra, senza forma.

Pennywise gioca con le paure dei bambini, perché sono paure semplici da rappresentare (Vuoi mettere dover prendere la forma della paura di non arrivare a fine mese? Meglio la mummia!).

Ci sono anche paure a cui un bambino non sa dare nome. E il clown è lì, a Derry, per ricordare, per usarle contro di te a tempo debito: “Ti picchiavo perché volevo scoparti, Bevvie, ecco che cosa ti volevo fare, ti volevo fottere!”

É lì per farti fare i conti con un passato che credevi di poter dimenticare, per ricordare al te adulto che sei un perdente: sei ancora un ragazzino che si fa spaventare dai mostri, ma soprattutto sei in trappola. Perché del ragazzino che eri conservi le paure ma hai perso la magia e non sei più capace di vedere i piranha nel Kenduskeag.

La mia impressione è che i perdenti siano dei bambini di gran lunga migliori degli adulti che sono diventati, basta vederli nelle gallerie: quello che li tiene uniti non è l’aver riconosciuto in Bill un leader, ma è nel vedere in ognuno le grandi capacità che nessuno vede e di quelle ciecamente fidarsi, l’ingegno di Ben, l’orientamento di Eddie, la mira di Beverly.

Sono stata felice di vedere accostata a Beverly una qualità in più rispetto al suo essere l’unica ragazza o al suo essere bella e desiderata. È stato il capitolo introduttivo su di lei a spingermi a leggere il libro. Invece, andando avanti con la lettura, lei cominciava a sembrare soltanto l’ennesima porta attraverso la quale passare pur di uscire dalle gallerie. Sì, mi riferisco al sesso. Lei è un po’ come l’ultima porticina prima della tana di Pennywise e, al contrario, l’ultima soglia da varcare prima di uscire.

Ogni porta però conduce a qualcosa, e – forse più di tutti – Beverly doveva attraversare questa, la più fisica, quella che ricorderà ventisette anni dopo e la libererà finalmente dal matrimonio con un uomo che somiglia (troppo) a suo padre.

Paradossalmente, i capitoli che ho più amato sono quelli su Derry, totalmente immersivi. Facevo un’ora di treno dall’Abruzzo al Molise e invece quell’ora l’avevo passata a Derry, nel passato, con Mike ad intervistare gli anziani, a vedere sparatorie che neanche davanti all’ambulatorio della signora del west, o ad assistere inerme davanti al ku klux klan che incendia il Punto Nero: il tutto a nutrire la paura di qualcosa che non ho ancora ben chiaro cosa sia.

Sarà perché erano capitoli con episodi lineari che non venivano mai spezzati. Come invece, ahimè, succede nel finale, dove la scena madre dell’uccisione del mostro viene sempre spezzata e rimandata da un cambio di prospettiva tra quello che succede nelle gallerie e quello che succede in superficie.

La città visibile cola a picco proprio mentre nelle gallerie si spegne il suo invisibile cuore pulsante.

Questi cambi repentini non mi permettono un immersione totale nella scena, che non riesco quindi a vivere con pieno trasporto emotivo; sarà che il protagonista del finale era Bill? Chissà.

Un’altra cosa che ancora non mi convince è la scelta del ragno come forma finale di IT.

Se da un lato posso capirla in quanto capace di riprodursi e quindi di diffondersi, dall’altro, dopo essere stato presentato come multiforme immortale nato quasi dall’universo stesso, mi sembra, quello del ragno, un tentativo di imbrigliarlo in qualcosa che fosse possibile distruggere, ma in un modo forzato (in questo periodo mi deludono i finali, come a maggio lo facevano gli incipit).

Ma d’altronde non starebbe bene lasciar morire la speranza anche nei libri!

La verità di King è che la magia esiste.

Ma l’altra verità è che crescendo la perdiamo, cresciamo e dimentichiamo, un po’ come i bambini che dall’Isola che non c’è tornano al mondo reale.

E alla fine di tutto posso dirlo: Bill Denbrough (adulto) mi sei troppo antipatico!

Oriana D'Apote

Oriana D'Apote classe ’93 un pendolo che oscilla tra la Puglia e l’Abruzzo. La mia prima natura è quella di ascoltatrice di storie, con l'animo inquieto sempre alla ricerca di qualcosa, il dettaglio, la poesia. Sogno di acquistare centinaia di fiabe illustrate, leggo storie crude. Vivo come il protagonista di un noir a colori dove alla fine prenderò il cattivo, risolverò il caso.

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