Intervista a Attilio Alessandro Ortolano – Ossigeno

Ossigeno di Attilio Ortolano è un gran libro, non c’è che dire, ma sia chiaro che non lo dico perché lo conosco. Parliamo di una persona che, dopo aver partecipato in qualità di autore a un festival della letteratura (il Fla di Pescara), ha deciso di passare “dall’altro lato”, quello dei volontari, i tanti piccoli ingranaggi che rendono possibile il funzionamento di una macchina tanto grande e imponente.

Avete mai aperto la cassa di un orologio? Spesso si possono trovare rotelle segnate, solitamente di rosso o con una piccola fantasia regolare disegnata sopra. Quello è Attilio. È una persona semplicemente complessa, e il suo romanzo rispecchia la caratteristica dell’autore.

Ci troviamo nel 2061, ma purtroppo o per fortuna la situazione è ben diversa da quella dell’omonimo film. Lo scenario post-apocalittico ruota attorno al tenente Joshua, che in una Napoli deserta lavora con la sua unità di soldati al disinnesco di bombe atomiche miniaturizzate. Il suo contraltare è il comandante Lanza, uomo deciso e che incarna lo spirito militare fin dalle prime pagine.

La struttura è molto interessante, ma la forza del romanzo è – parere personale – nella lingua, utilizzata con estrema cura. Ogni descrizione dipinge il territorio come se partecipasse emotivamente con la storia. Dialoghi e monologhi dei personaggi riescono, grazie ad un crescendo che porta anche al lirismo, a trasportare il lettore nella mente delle singole figure del romanzo.

Dove nasce l’idea originaria di Ossigeno?

Grazie per la domanda. Mi porta a ricordare le origini di questo romanzo. Originariamente Ossigeno doveva essere ambientato nel passato. Ai tempi degli anni di piombo. Era una idea derivante da un incontro con un ex soldato dei reparti operativi speciali, in un momento particolare della mia vita. Dai suoi racconti qualcosa in me si è risvegliato. Su questo non posso dirvi di più, perché ad oggi lo sto ancora spiegando a me stesso.

La scelta di scrivere un romanzo ad ogni modo non è mai razionale, non si sceglie di farlo con la volontà, ma per qualche spinta interiore che riceviamo, non so da dove e ad oggi credo che non mi serva sapere la risposta. Se la chiamata o l’ispirazione arriva, non puoi fuggire. Se fuggi, la perdi. Per sempre.

Nutro il massimo rispetto per chi, probabilmente preso dalle dinamiche commerciali, riesce a scrivere perché vuole e perché deve, ma sono consapevole che in questo caso la fatica è elevata, e pertanto a loro va la mia stima. Ho paragonato sei giorni di scrittura (per quattordici ore al giorno) a sei giorni di lavoro fisico (per quattordici ore al giorno): posso assicurare che il dispendio energetico è il medesimo. E il settimo giorno non mi sono riposato.

L’ispirazione è la leva, l’autore è solo il messaggero: Ossigeno si è catapultato nel futuro. La mia inadeguatezza nei confronti di un passato che non avevo vissuto mi ha allontanato dal trattarlo. La mia inadeguatezza nei confronti di un futuro che non ho vissuto mi ha avvicinato a trattarlo. Ho scelto quindi il secondo.

Dovrei dire altre cose a riguardo ma sarebbe faticoso continuare ad ordinare quello che mi passa per la mente, e quindi per il momento non lo faccio.

I tuoi personaggi – chi prima, chi poi – si trovano a ricercare la verità. Ovviamente l’autore influenza molto i personaggi, ma quali impronte di questi attori ti sono rimaste dopo la scrittura?

Ogni personaggio è scaturito da qualche parte profonda di me che nemmeno io conosco. Ossigeno mi ha costretto ad esplorare le mie profondità come non mi era mai capitato prima. Non so se verrò preso sul serio con questa mia affermazione: a volte ho avuto paura di scrivere. Ci sono stralci del romanzo che ho scritto di notte, e in quei casi il confine tra la vita e la morte sembra molto sottile. Certamente non sono mai felice come quando posso creare. Ma non sono mai triste come quando comunque lo faccio. Tale dissidio esiste in me ed io lo controllo.

La mia anima probabilmente parla attraverso la parola scritta, e questo per me credo sia il dono più grande in cui potessi sperare. La scrittura in questo senso mi salva. Per me è un balsamo eterno. Con essa ritrovo il mio esatto ordine. So che in noi ed in me ci sono due personalità: una atroce e una angelica. In parte Joshua e Lanza incarnano ciò. E mi interessava stabilire tra di esse un legame. Per me la nostra personalità demoniaca ha comunque dei tratti angelici e quella angelica ha comunque dei tratti demoniaci. Servono per allenare il nostro equilibrio. E scegliamo noi quale nutrire.

Ho apprezzato tanto la capacità di lasciare al lettore la libertà di interpretazione, è possibile cercare molti messaggi riuscendone a chiudere ugualmente la struttura. Questo dona al romanzo energia e capacità di rinnovarsi; è una materia viva, come se chiedesse future riletture. Sei già al terzo romanzo. Com’è il tuo rapporto con i libri scorsi?

Per me l’autore non deve mai stabilire una morale unica e nemmeno un messaggio unico. So che può essere un limite ma credo che il lettore debba essere libero di vedere quello che vuole e fare il libro suo, cercandone i propri messaggi. Scegliere di imporre una prospettiva per me non serve. Come hai detto: il romanzo ha una propria energia e la capacità di rinnovarsi proprio per questo. So che per molti alcuni passaggi risultano difficili, ma in realtà lo sono anche per me. In noi abbiamo labirinti che devono essere misteriosi. Passiamo l’intera vita a cercare di semplificarli. Ho ancora tanta strada da fare per questo.

A metà libro, nel capitolo 32, il taccuino del tenente Finn espone un’interessante teoria metafisica. Sono le pagine che più di tutte mi hanno conquistato. Ogni parola è calibrata, potrebbe quasi sembrare una poesia in forma di prosa. Quanta importanza ha la poesia nella tua vita, in questo periodo storico che sembra allontanarsi dalla sensibilità (in ogni forma)?

Per me la poesia ha una grandissima importanza. Ma noto che in molti si svincolano da essa dicendo che non la apprezzano, che non possono apprezzarla, che non possono nemmeno farla. Cerco di capirli ma di questo sorrido. In particolare perché la poesia non ha una definizione oggettiva. Pertanto ci si svincola solo da una definizione propria.

Per me la poesia esiste in tutti i posti in cui uno vuole vederla. Non si tratta di rime o endecasillabi, nella nostra società frettolosa ormai non abbiamo più tempo per questo. La poesia è un grido eterno che rimane e che ci supera. Non necessariamente è in lettere. Si tratta di tutto quello che in qualche modo fa vibrare qualche corda in noi stessi. Anche in queste semi-definizioni sono fallace: non dovrei nemmeno parlarne. Siamo abituati a pensarla secondo i canoni scolastici, ma questa è una briciola rispetto al suo significato profondo.

Mi sono anche spinto oltre fondando un premio di poesia in spiaggia allo stabilimento balneare La Riccetta: il mio intento era provocatorio. Accostare la vita sulla sabbia alla poesia. Il resto mi ha dato ragione. In tre edizioni abbiamo avuto un totale di trecentonovanta partecipanti. A volte la poesia serve per definire meglio delle nostalgie insolute, per ordinare un proprio caos, o per capire che cosa ci si aspetta dal futuro. Non mi sento di caricarla comunque di troppe aspettative. Essa esiste serena al di là di noi e continuerà ad esistere.

Da lettore che tipo di libri preferisci? Ce ne consiglieresti tre?

Preferisco i classici. Mi accuso della mancanza di non seguire molto i libri moderni, ma è per questo che non ne parlo. Ne parlerò dopo averne letti diversi.

Tre libri: La Peste di Albert Camus, Il dottor Zivago di Boris L. Pasternak, Fiducia in se stessi di R. W. Emerson.

In chiusura, per conoscerci meglio, ti propongo due elementi: quale preferisci?

Libro – Kindle : Libro.

Romanzo – Poesia : Ibrido.

Segnalibro – Orecchietta : Segnalibro.

Sottolineato – Intonso : Sottolineato.

Gogol’ – Dostoevskij : Dostoevskij per la psicologia, Gogol per la realtà.

D’Annunzio – Flaiano : D’Annunzio per la parola, Flaiano per la verità.

Fabrizio De André – Paolo Conte : De André.

Film a casa – Film in sala : A casa per l’emozione interiore, al cinema per l’emozione totale.

Grazie mille, e ancora complimenti per il romanzo!

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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