Il periodo del silenzio – Francesca Manfredi : recensione

Il nuovo libro di Francesca Manfredi, Il periodo del silenzio, è complesso, contemporaneo e ricco di spunti. La sua complessità è un riflesso della contemporaneità, perché il mondo reale è ben più difficile delle continue analisi che leggiamo nei pamphlet o nei programmi di approfondimento.

La protagonista è Cristina Martino, una ragazza vicina ai trent’anni che vive nel precariato post-laurea. Guadagna poco, nella biblioteca dell’università, ma lei è di poche pretese. Il suo modus vivendi è guidato dal non creare impiccio, evitare di dar fastidio.

Le persone che le ruotano intorno sono molto diverse da lei: la sorella segue una vita comune, la migliore amica è l’opposto, ma l’evidenza maggiore è che tutti hanno il loro posto nel mondo. Cristina sente la scomodità dell’adattarsi dove forse lei stessa non era necessaria. L’epigrafe diventa quindi attiva, uno dei motori della storia. Jules Barnes scrive in Il senso di una fine: “Se uno vuole davvero farsi ascoltare dagli altri non deve alzare la voce, bensì abbassarla”.

Lì dove chiunque sente la voglia di esprimere la propria opinione, nel magma di parole che scorrono nelle varie schermate iniziali, lei non vuole più starci. Toglie i social, perché sono il luogo in cui troppe frasi vengono buttate col rischio di perdere di significato. La facilità con cui i fraintendimenti accadono, senza le intonazioni, è disarmante persino quando la scrittura è puntuale; vediamo tutti i giorni come sia frequente la litigata sotto i post più impensabili. Oltre l’odio c’è la vacuità di pensiero, spesso disarmante. Aggiungo che tanti sono i commenti lasciati con leggerezza, senza pensare abbastanza (nonostante l’insegnamento classico del riflettere nei proverbiali dieci secondi prima di aprire bocca – l’atto di scrivere ha accorciato eccessivamente i tempi), e non tengono conto delle sensibilità di chi può capitarci su.

Elimina le app di comunicazione, ma questa voce metaforica si abbassa fino a scomparire. Il periodo del silenzio entra nelle giornate di una giovane che decide di negare la propria voce. Pensiamoci, è un atto naturale, ed è difficile lottare con sé stessi per non parlare. Cristina sente la gola che si imposta per rispondere dopo una domanda. Gestire questi automatismi richiede sforzi, e sono rarissime le occasioni riservate per attivare l’apparato fonatorio.

“L’inizio del silenzio fu anzitutto un piano elaborato. Non è qualcosa che si improvvisa, così come non si improvvisa una fuga o un atto di distruzione. C’è sempre un punto di partenza – un modello di riferimento, una ricerca web, un libro, una canzone. Un impulso che su alcuni ha un effetto e su certi un altro, specialmente se il significato del messaggio è: non fatelo. Prendete un gruppo di mille persone e portate avanti tutte le campagne informative che volete: a parità di stimoli, qualcuno di loro svilupperà l’effetto opposto a quello sperato. Un po’come i farmaci.”

Il romanzo segue una sperimentazione, e mese dopo mese ne leggiamo i risultati e i nuovi aggiornamenti. Anche la comunicazione non verbale, sulla quale non voleva agire perché involontaria, subisce sempre maggiori turbamenti e riduzioni. Scopre a sua volta mondi che regnano sommersi nei disagi personali e le diverse condizioni uniche. Scopre gli hikikomori, e quindi trova una parola per definire quel circolo in cui è entrata: l’azzeramento delle interazioni, la tendenza a rinchiudersi nella propria casa, le ossessioni, ma anche tantissimi ragionamenti.

Nello specifico, Il periodo del silenzio è un ottimo stimolo a riflettere sul linguaggio. Nonostante la storia sia così particolare da suscitare interesse in tutto il suo incedere, più volte mi sono fermato col volto a mezz’aria e la pagina aperta nel commentare a mente le interpretazioni di Cristina sul rapporto tra sé e la comunicazione, verbale e non.

“ […] Ha sempre amato avere l’ultima parola, e l’ultima parola è il silenzio.”

La seconda parte è completamente inaspettata, dove è la sorella a ripercorrere le azioni di Cristina. Il periodo del silenzio ci fa conoscere molte complessità e aiuta a comprendere quelle che troviamo intorno a noi. Perché l’arte è ancora la miglior lente per osservare la realtà.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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