Il malloppo – Marcello Marchesi : recensione

La grande tradizione dell’avanspettacolo ha caratterizzato gli schermi in bianco e nero per decenni. Quali sono le linee che accomunavano i personaggi del genere? Grande eloquio, velocità d’esecuzione, fantasia a palate. Altro non sono che le peculiarità del genio secondo il capolavoro di Monicelli Amici miei. Una variante visiva, invece, era il baffo posticcio: da Chaplin a James Finlayson passando per Groucho Marx.

Resta però da fare almeno un esempio italiano, per cui toglietevi il cappello: il genio dal finto mostaccio di cui parlerò oggi è Marcello Marchesi.

Potremmo dire che la cultura condivisa per tutto lo stivale sia nata con la Rai, con riferimenti comuni alla maggior parte delle persone. Marchesi è in Rai dagli inizi, contribuendo in qualità di autore. Ha praticamente riscritto un vocabolario comune per la casalinga di Voghera e il bracciante lucano quando “qui era tutta campagna”. È necessario usare qualche luogo comune, di tanto in tanto, in un articolo dedicato all’autore di 100 neoproverbi.

“Vivendo e scherzando”, lo scrittore milanese è stato attivo in tutti i campi: al cinema ha sceneggiato (e talvolta diretto), spesso in compagnia di Vittorio Metz, le commedie più remunerative degli anni ’40-’50; nel mondo pubblicitario è stato il fautore dei Caroselli più amati dando vita a slogan indimenticabili e veri e propri modi di dire (Basta la parola!, Contro il logorio della vita moderna!, Il signore sì che se ne intende!); è stato al centro di importanti scritture teatrali e radiofoniche per Macario, Tognazzi, Fabrizi e tanti altri, oltre ad aver cofirmato testi con Age, Scarpelli, Fellini e Costanzo. Stiamo parlando di una persona fondamentale, citata però sempre troppo poco.

Il malloppo di Marcello Marchesi è un romanzo del 1971, ma l’anno è poco importante. Potrebbe esser stato scritto nel 1935 come nel 2054, è avanti come un romanzo avanguardista ma senza implicazioni politiche sconvenienti.

“La presente trascrizione dei nastri magnetici registrati dall’A. nel segreto della sua stanza è dovuta alla cortesia, alla pazienza e alla carità di Suor Otaria, delle Piccole Sorelle del Divino Rantolo, in Santa Maria della Frana.”

È un lungo e incessante monologo continuamente interrotto dallo stesso protagonista, un fitto flusso di coscienza di un uomo che conosce fin troppo bene le parole, che sono il suo pane quotidiano, anzi, il suo quotidiano e basta: il malloppo è proprio il groviglio inestricabile provocato da quest’uso compulsivo ed eccessivo dell’eloquio. Eppure è sputandole fuori che riescono a risolversi e sciogliersi, insieme al male della voce (registrata) narrante.

Il libro non risparmia nessuno, colpisce la pubblicità, i “matusa” (anche questa è un’invenzione linguistica di Marchesi), la mezza età, le buste-paga fino ad arrivare al Milite Ignoto. Le frasi sono brevi e alternano mini racconti a slogan, pseudo pubblicitari e non. La parodia regna in ogni paragrafo, eppure la presa in giro non si focalizza su nessun’opera: si ride del mondo che cambia pur rimanendo uguale a sé stesso. Si gioca coi cliché, che diventano attualissimi aforismi o bocconi di letteratura.

“La verità è che odio bonariamente tutti. Con una tenera comprensione che comprende anche me. La bonarietà è un compromesso. Dovrei odiare tout court. Ho il frigorifero pieno di vendette che non mangerò mai. Vi sopporto perché siete di passaggio. Come me. Se no vi ammazzerei.”

In Italia, a quanto pare, scrivere inserendo elementi comici equivale ad abbassare il valore della propria opera; “Per fortuna”, come è già accaduto a Flaiano, Campanile e Guareschi, c’è la gloria postuma. Io aspetto ancora, perché Marcello Marchesi andrebbe aggiunto nelle antologie delle scuole superiori, anche col malloppo. Sarebbe una cosa poco rilevante a livello scolastico, tanto al liceo si arriva con molta difficoltà (e solo in alcune classi) a Calvino, ma almeno i curiosi potrebbero innamorarsene per caso.

Del resto “L’amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è sincero”.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

Questo articolo ha 2 commenti

  1. Nonno Frat

    Incredibile come Marchesi sia riuscito a ricavare un intero libro da una serie di frammenti tanto eterogenei. Un’ottima idea per non buttare materiale prezioso rimasto inutilizzato, anche se, a dire la verità, nella bolgia infernale dei suoi pensieri le pennellate di genio si fanno spesso attendere. Comunque sia, libro imperdibile per chiunque abbia velleità da scrittore… rubare non è mai stato così facile 😉

    1. Aniello Di Maio

      Gli anni ’60 italiani hanno creato un’immane quantità di frammenti da rubare <3 Ti consiglio, se ti è piaciuto questo libro, Antonio Amurri e Carlo Manzoni (il secondo l'ho conosciuto grazie ai commenti su instagram). A presto 😀

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