I Malavoglia – Giovanni Verga

Giovanni Verga, Malavoglia, ostrica.

Ogni autore ha la sua terna di termini, che sono i frammenti che rimangono nella mente di chi deve fare l’esame di stato ed ha già abbastanza problemi con le altre materie. Altro tentativo: D’Annunzio, piacere, costola. Pascoli, fanciullino, rapporto strano con la sorella.

Tutti conoscono i Malavoglia, ma molto spesso viene (a torto) giudicata come un’opera lunga e noiosa del nostro Giovanni Verga. Perché? Molto semplice: la trama è davvero intricata ed è ricca di dettagli. Non sarà l’Orlando furioso, ma c’è comunque da farsi qualche schema. Questo però non è il motivo per cui ho scelto di parlarvene, anche se due righe di plot possono sempre servire.

Acitrezza, 1863. Padron ‘Ntoni è il capofamiglia dei Toscano, famiglia nota col soprannome di Malavoglia per contrasto. Per intenderci: è un po’come lo “smilzo” di Affari di famiglia. È un nucleo di grandi lavoratori, sempre per mare con la loro barca Provvidenza (sono pescatori). A posteriori anche questo nome potrebbe dirsi antifrastico. Padron ‘Ntoni, vedovo, vive con tutta la discendenza. Il figlio Bastianazzo è sposato con Maruzza (la Longa), ed hanno 5 figli: ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Già solo per dirvi i personaggi della famiglia protagonista ci son voluti 500 caratteri.

Ad ogni modo il romanzo è la tragica storia di una casata di povera gente alla deriva. I guai iniziano quando il primo nipote parte per la leva militare, togliendo forza lavoro in casa. Il Regno d’Italia si è da poco affacciato in Sicilia e già inizia a prendersi le cose migliori. Sia chiaro che non è una mia idea, riporto solo l’ideologia espressa nel romanzo. Padron ‘Ntoni, per far rientrare i conti, compra (a credito) un carico di lupini da trasportare e rivendere, ma il mare avverso si porta via Bastianazzo, la Provvidenza e la merce.

Piccola parentesi: ero convinto che i lupini fossero gli squisiti frutti di mare, ma in diversi mi hanno detto che si trattava certamente dei noti legumi gialli. In entrambi i casi il romanzo funziona, quindi hanno tutti ragione.

Giovanni Verga descrive tutte le disgrazie dei Malavoglia anche perché non avrebbe potuto fare il contrario: non gliene va bene una che sia una. Comunque, per chiudere il lungo preambolo sulla trama, vi basti sapere che alla fine tutti quelli che tentano l’allontanarsi dalla propria condizione se la passeranno male.

Questo romanzo, alle superiori, mi è stato presentato come un libro sulla povera gente scritto da un proprietario terriero che nulla aveva da spartirsi con la classe sociale descritta. Vero, ma questo non significa che non potesse comprenderne le vicende. Per intenderci, Verga non era della stessa pasta della contessa Maffei. La nobildonna aveva un bel salotto letterario nella Milano dell’epoca, e dopo aver letto Nedda. Bozzetto siciliano scrisse: « Pur troppo tutto è vero in quel caro Racconto, ed è verissimo che i Poveri hanno sollievo, e forse il solo, dalla perdita dei suoi più cari!»

Verga partecipa alle vicende dei Malavoglia, per questo vuole narrarle; sente vicino a sé il mondo siciliano che da tempo non vive più nelle sue giornate. Il narratore ha però la voce del popolino, pronto a criticare tutto e tutti, e questo forse non manca all’autore. Ciance e pettegolezzi diventano vivi e costanti in tutto lo scritto, e presentano la visione distorta di quella che Tina Pica chiamava genericamente “la gente”. 

Padron ‘Ntoni è onesto, operoso, ricco di valori, ma il narratore nega e contraddice gli alti ideali del personaggio. Anche i suoi proverbi vengono visti come “senza capo né coda”, eppure sono espressione dell’antica società siciliana. L’autore, tra l’altro, è stato aiutato da uno dei maggiori studiosi delle tradizioni e del folklore siciliano, il palermitano Giuseppe Pitrè.

Tornando a bomba, Verga è più vicino al patriarca dei Toscano di quanto sembri. Cerca di mantenere il bagaglio culturale di Trinacria, e porta il fardello nella lontana Milano; è un rischio, ma incarna la tradizione di Padron ‘Ntoni unita alla volontà di evasione del nipote ‘Ntoni. È un’ostrica che “si è staccata dallo scoglio”, ma ancora non sa cos’accadrà. Un primo segnale viene dal commento della contessa già citato, ma col tempo peggiorerà al punto in cui ci troviamo oggi, in cui Verga viene bollato come letterato noioso, pesante e per certi versi ipocrita.

Eppure le idee dello scrittore catanese vagano, cambiano forma, vengono riprese. Un esempio? Un borghese piccolo piccolo, romanzo di Vincenzo Cerami e poi film di Monicelli, mi sembra il paragone più calzante. Il protagonista cerca di staccarsi dalla sua vita piccolo-borghese per salire di livello. Entra in massoneria per permettere al figlio una vita migliore della sua rinunciando ai propri valori. Anche in questo caso non finirà bene.

Rimanendo in ambito cinematografico (ho fatto la tesina delle superiori partendo da La terra trema, ma non vi tedierò), nel 2010 è uscito un film omonimo sui Malavoglia e in settimana dovrebbe arrivarmi il dvd. Sono curiosissimo, vi aggiornerò presto!

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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