I folgorati – Susanna Bissoli : recensione

I Folgorati di Sussana Bissoli; sapete chi sono i folgorati? Veramente neanche io, servirebbe una pagina di disambiguazione come quella di wikipedia; perché se cercate su google “folgorati” otterrete moltissimi risultati, quindi, come nella vita, dovete essere ben attenti a quello che state cercando.

“– Dovremmo iscriverci al club dei folgorati.

Cos’è?

Una rete internazionale di persone che sono state colpite da un fulmine. […]

Sono settimane che ci penso.

Al club.

No, a questo gruppo di «folgorati» […] Sai, quelli che muoiono si chiamano «fulminati», i «folgorati» sono quelli che sopravvivono […]. La questione è come sopravvivono.

Come?

[…] Esteriormente, dopo un anno, loro sono delle persone normali. Hanno ripreso il lavoro. Però sono inquieti, non dormono la notte. E c’è un bambino che immagina in continuazione catastrofi, vede il sole scontrarsi con la terra. Però fuori niente. Sono rimasti solo dei buchini quasi invisibili, quelli di entrata e di uscita del fulmine. Un buchetto di entrata qui… – le premo l’indice su un punto della spalla, poi sul ginocchio, – un buchetto di uscita qua…

Sta’ ferma, con quei ditini secchi!

Non si vedono, ma stanno lí. È segno che sei stato attraversato. E i folgorati si cercano tra loro, si fanno visita. Non hanno neanche bisogno di parlare, ma non possono fingere che non sia successo niente. Non lo sopportano.

Be’, io non è che muoia dalla voglia di entrarci, in questo club.

Non è una cosa che si sceglie.”

Sono questi i Folgorati di Susanna Bissoli, gli attraversati, i non morti, quelli che sono stati illuminati dal passaggio di una corrente interna, e sono sopravvissuti.

Chissà cosa ti accade, dentro, quando un fulmine ti attraversa, cosa accende, cosa spegne e cosa resta dopo il suo passaggio, un fulmina dà la vita oppure la toglie?

Per Liza Ginzburg in Pura invenzione potremmo parlare di un fulmine che fa entrambe le cose. Pura invenzione è un testo che ci racconta Frankenstein in dodici variazioni.

(I personaggi):

Sono tristi, angosciati, angustiati: […] dei sopravvissuti – dei “fulminati” […]

Persone alle quali la vita ora ha preso a scivolare addosso, perché nei loro sguardi, nei loro pensieri, è rimasta impressa la traccia della morte, e la scarica elettrica dello shock continua a vibrare, a trasmettere impulsi di allarme al sistema nervoso.

Nel tentativo di dissimulare quel tremito continuo che si portano dentro, i “fulminati” fanno grandi sforzi pur di mantenere la concentrazione, ma di fatto sono sempre altrove: nel fondo, disattenti e indifferenti a cosa succede intorno. Per quanto si impegni al massimo per concentrarsi, per essere presente, il “fulminato” non c’è per davvero mai.”

Alla luce della distinzione che ci riporta Susanna Bissoli, tra fulminati e folgorati, anche la citazione da Lisa Ginzburg ci sembra possibile vederla sotto una nuova luce, per restare in tema di luminosità. Quasi come se l’unico personaggio a non essere stato veramente schiacciato dalla scarica elettrica sia proprio il famoso mostro, e che per tutti gli altri, invece, sia stata la morte.

Ma mettendo le sottili distinzioni da parte, quello che ne emerge è che i sopravvissuti, all’attraversamento di un fulmine, vengono segnati da un’esperienza che li rende diversi dagli altri, un divario tra loro e il resto che può essere riempito solo dal simile (una consolazione che il mostro, ad esempio, non provò mai). Ma anche uno sforzo, di concentrazione, di presenza, fisica e mentale verso l’altro.

E su questo punto Vera, la protagonista del romanzo, potrebbe spiegarci molto.

I Folgorati ci racconta di Vera, e con lei anche della sua famiglia. Una famiglia attraversata da numerosi fulmini, eventi che li hanno cambiati per sempre anche se i segni addosso restano poco evidenti. Primo tra tutti, la perdita della madre, per tumore al seno.

Conosciamo Vera proprio quando scopre che il tumore, proprio come quello della madre, è tornato per la seconda volta. Questo il fulmine metaforico che squarcia il cielo all’inizio della narrazione.

Folgorati è una storia di sopravvissuti, al dolore, al tempo, ai legami familiari, alla compagnia di sé stessi, alle mancanze. Quelle che sente Vera quando pensa al suo rapporto con la madre, ai loro silenzi, alle loro diversità che si somigliavano solo nei difetti. Eppure le unisce la malattia, questa eredità di geni, una sentenza che si avvera nelle donne della famiglia.

Ma non solo, in Vera è piantato il seme del movimento, un’inquietudine che aveva anche la madre, la voglia di andare per il mondo, di realizzare grandi sogni.

Quegli stessi sogni che le sembrano così distanti ora che non riesce più a scrivere, le sue storie non trovano più conclusione, impantanate, come la sua vita.

Il ripresentarsi della malattia, la sua relazione instabile e l’anzianità del padre la convincono a trasferirsi nella casa natale per il periodo della convalescenza ed è proprio lì che Vera non potrà sottrarsi alle responsabilità, quelle passate ̶ durante la malattia della madre lei era in Grecia e la sorella minore Nora l’ha affrontata da sola ̶ e quelle future date dall’età del genitore che avanza.

Nella villetta familiare Vera ricostruisce rapporti, li riscopre nuovi e proprio dove credeva non potesse nascere nulla, poiché fulcro del dolore, si rivelerà un bozzolo carico di vita futura.

Insieme a suo padre riscoprirà il piacere della scrittura e ritroverà quella storia da raccontare che le sembrava persa.

Mary Shelley diceva: “L’eroina dei miei racconti non ero mai io. La vita, per quanto riguardava me, mi sembrava una cosa troppo banale.”

Ed il suo romanzo parla di padri e di figli, come Vera sceglierà di raccontare la storia di suo padre, che è anche un po’ la sua.

Non so se posso dirvi che il dolore si supera o che da esso si impara, quello che posso dirvi e che sicuramente “illumina”, lascia un segno invisibile che può diventare traccia verso una nuova ed inaspettata strada.

Oriana D'Apote

Oriana D'Apote classe ’93 un pendolo che oscilla tra la Puglia e l’Abruzzo. La mia prima natura è quella di ascoltatrice di storie, con l'animo inquieto sempre alla ricerca di qualcosa, il dettaglio, la poesia. Sogno di acquistare centinaia di fiabe illustrate, leggo storie crude. Vivo come il protagonista di un noir a colori dove alla fine prenderò il cattivo, risolverò il caso.

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