Fuori di strada – Stefano Moscatelli : recensione

Con Fuori di strada Stefano Moscatelli arriva al tardivo esordio letterario, e nell’età, nell’attesa, diventa chiaro il modo di scrivere dell’autore: la prosa è elegante, quasi classica, matura. Questo non influisce sulla freschezza del racconto, che infatti ha quel pregio che la narrativa breve dovrebbe mantenere rispetto ai romanzi, ovvero la capacità di spiazzare. Sono, come recita il sottotitolo, “storie di circostanze e casualità”.

Le nove storie del volume rimangono impresse e lasciano quella voglia di continuare a pensarci. Il primo racconto, Aspettami, è un esempio di realismo magico vero e proprio, compito. È abbastanza raro, nel panorama letterario italiano, ed è sempre un piacere mostrare che anche la narrativa italiana riesce a regalare certi colori. Da un certo punto di vista è come se il protagonista fossimo noi.

Per seguire il proprio cane, Marco entra in una casa dove arrivano lettere misteriose per via della carta e delle date. Ogni elemento appartiene agli anni ’40, compresi i francobolli col re Vittorio Emanuele III. Col proseguire delle pagine, Marco entra nella storia fino a non poterne uscire, complice l’alcolismo cronico che mescola realtà e fantasia. Il sapore è quello dell’Inquilino del terzo piano, anche nell’impianto di taglio cinematografico. Di questo racconto abbiamo parlato anche nella puntata di Buongiorno Weekend dedicata al realismo magico, che potete vedere QUI.

In Figlio del vento tutto nasce dalla toponomastica, che nasconde spesso storie da scoprire. Anche se questa è inventata, segue il meccanismo alla base dei nomi che troviamo nelle campagne dello Stivale, dai vari colli della croce, le vie dei matti e così via. “Pian del fiato” descrive alla perfezione ciò che spiega nonno Giovanni, ovvero che a salirci senza mezzi tutti capirebbero il perché del nome; eppure sono le persone del posto a trasformare i luoghi che abitano, che sia anche solo nella denominazione.

Il bambino che verrà trovato nella piana porterà al primo cambiamento della neodefinita “pian del ninìn”. La storia del piccolo è quella non troppo lontana di chi soffre di problemi mentali, un ritardo che nelle campagne corrispondeva al titolo di scemo del paese. Moscatelli è molto bravo nel rendere da un lato le voci, spesso palesi, dei concittadini dal cuore più o meno aperto nei confronti del giovane, dai volti amici ai cattivi di turno che vogliono solo deriderlo se non fargli direttamente del male; dall’altro è in grado di portare su carta i sentimenti della mente semplice ma viva del piccolo Giorgio.

Quando conosce una ragazza e questa lo chiama per nome, non sa neanche quale reazione avere, perché l’abitudine è altra. L’unico epiteto che sente di solito è “Gnè gnè”, ciò che lui pronuncia più spesso, e che per un periodo ha denominato la piana. Il personaggio è così tenero ed ha una vita così difficile che è impossibile non provare empatia con lui. Le somiglianze con Gnaghi di Tiziano Sclavi, anche se è molto diverso nell’evoluzione, mi hanno portato a volergli ancor più bene.

L’epilogo è drammatico, come spesso capita in questi frangenti letterari, e ritorna prepotente il parallelismo con Sclavi e storie del calibro di Johnny Freak. In comune con Fuori di strada c’è tutta quell’analisi della società nei suoi dettagli spesso trascurati da occhi meno curiosi, lì dove l’abitudine porta a evitare l’approfondimento.

Le passioni che evolvono verso le ossessioni sono un tema ben presente nelle arti narrative, dalla letteratura al cinema. Guscio di carta riesce, proprio con questo gusto per il dettaglio, a trovare uno svolgimento fresco e inedito.

L’amore è una guida importante, in ogni declinazione. Può portare anche verso La libertà, forse. E forse l’amore era solo nell’involucro, chissà cosa nascondeva. I messaggi anonimi di questo racconto seguono quel binario che porta all’innamoramento, da manuale, e la protagonista non aspettava altro. Citare Flaiano poi ha sempre il suo fascino.

Se avete bisogno di innamorarvi di nuove storie, ne scoprirete tante altre in Fuori di strada, Il ramo e la foglia edizioni.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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