Frankenstein – Mary Shelley : recensione

Frankenstein di Mary Shelley è un classico della letteratura horror, talmente un classico che è un po’ l’antenato dell’horror: il genere gotico.

Questo romanzo nasce a seguito di una “sfida” tra scrittori. Nel 1816 Mary Shelley e Percy Bisshe Shelley fecero visita a Lord Byron e al suo amico John William Polidori a Ginevra; una notte i quattro decisero di misurarsi tra loro con una storia di fantasmi. Nessuno degli esperimenti ebbe però il successo che ha avuto Frankenstein.

La struttura del romanzo è come quella delle scatole cinesi: c’è un racconto che ne racchiude un altro che ne racchiude un altro ancora. La narrazione è sempre in prima persona, varia però di volta in volta il narratore.

La “cornice” narrativa è composta da una serie di lettere che Robert Walton, un esploratore, invia alla sorella Margareth. L’uomo incontra Victor Frankenstein alla deriva tra i ghiacci del polo nord e trascriverà parola per parola lo strano racconto di quest’uomo. All’interno del racconto di Victor troveremo poi una lunga confessione del mostro che lui stesso ha creato. L’io narrante è sempre molto forte, tanto da scivolare spesso in uno scavo psicologico così profondo da far perdere di vista la storia in sé.

In Frankenstein si oscilla tra la tradizione letteraria romantica e il genere fantascientifico ancora di là da venire. Nel romanzo, infatti, l’elemento mistico-esoterico è sostituito dalla scienza. Victor non è un mago, bensì uno scienziato che dà vita ad un corpo inanimato grazie agli studi sugli influssi elettrici sui corpi umani senza vita. Si crea un certo dualismo, soprattutto nella prima parte del romanzo, che lo rende in qualche modo un unicum della letteratura inglese di quel tempo.

Frankenstein rimane però di fatto un’opera letteraria prettamente romantica sotto gran parte dei suoi aspetti. I suoi tre narratori incarnano quello che è l’eroe letterario di quel periodo storico : solitario, coraggioso, introverso, in perenne lotta con il resto del creato, quello che Lord Byron definirebbe come il grande perdente.

Di Walton sappiamo molto poco, ma Victor e la sua creatura lo rappresentano in pieno. La creatura è l’emblema del diverso e dell’escluso, guarda con occhi nuovi ed ingenui la realtà che lo circonda ma viene allontanato dalla società che lo identifica come mostro. In Victor invece ritroviamo in tutto e per tutto l’eroe romantico così come presentato in altre opere come quelle di Byron o di Wordsworth. Solitario e in perpetuo scontro con ciò che lo circonda, la natura, gli altri uomini, la sua creatura e non per ultimo il fato, Victor Frankenstein viaggia per l’Europa prima cercando la sua via e poi scappando dalla sua stessa sventura.

Una delle caratteristiche che rendono Frankestein uno dei primissimi romanzi dell’orrore non risiede tanto nella sua trama quanto nel senso di attesa che ci lascia l’autrice alla fine di ogni capitolo. Mary Shelley fa troncare il racconto del suo protagonista proprio nel momento di maggior tensione e, volendoci immedesimare con l’ideale lettrice del racconto, Margareth, ci ritroviamo con il fiato sospeso come faremmo al cinema.

Mary Shelley ha creato una storia che resiste al passare del tempo. La creatura, che col tempo ha preso il nome del suo creatore, ha ispirato film, spettacoli e addirittura serie tv.

La mia versione preferita? Ovviamente il musical di Mel Brooks Frankenstein Junior!

Frankenstein è stato per me, che sono un po’ fifona, l’horror perfetto. È ricco di poesia, tormento interiore e c’è anche la giusta dose di storia d’amore che non guasta mai.

Laura Perrotti

Nata quasi trent’anni fa, non ricordo un momento della mia vita in cui non ho avuto un libro sul comodino. Amo tutti quei romanzi che riescono a farmi andare lontano (ma non troppo) con la fantasia… sarà per questo che sono finita a voler occuparmi di cinema? Ho uno strano debole per i classici dell’Ottocento francese e del Novecento italiano ma non sono la tipica snob che tira dritto davanti alle nuove uscite.

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