Finché il caffè è caldo – Toshikazu Kawaguchi

«L’importante è bere il caffè finché è caldo» è la frase recitata, come fosse un ritornello, in ognuno dei quattro capitoli di Finché il caffè è caldo di Toshikazu Kawaguchi (Garzanti, 2020). Fin da subito, infatti, è chiaro che la dimensione spazio-temporale sia un tema preponderante nel romanzo. La storia è ambientata in un caffè di cui non si conosce posizione né nome, è noto solo che ricordi una canzone. Al suo interno non vi sono finestre, in modo che nessuno possa sapere se è giorno o notte, e i tre orologi affissi segnano orari differenti. È sempre fresco, anche d’estate, e così piccolo che le parole rimbombano al suo interno. Ma è speciale perché sedendosi su una sedia –quella sedia- è possibile viaggiare nel tempo. E così, in un climax di profondità dei temi trattati, si assiste alle vicende di quattro personaggi -tutti femminili- che scelgono di viaggiare nel tempo.

Non è un fantasy, non ha nulla di fantascientifico nonostante l’espediente narrativo principale, ma il viaggio nel tempo qui assume quasi un valore sociale. È infatti interessante leggere il romanzo come caso-studio della società giapponese, non fosse altro che per lo strabiliante successo che ha ottenuto vendendo oltre un milione di copie. Ogni capitolo ha in sottofondo una dinamica sociale: l’amore in una giovane coppia, il rapporto coniugale che resiste nonostante le difficoltà della vita, la relazione fra due sorelle e, infine, il legame madre-figlia. Tuttavia, è la memoria il motore delle scelte delle protagoniste, il sottile legame che collega memoria e identità. Tutte infatti scelgono di viaggiare nel tempo per avere la possibilità di (ri)vivere un ricordo. Ci sono però delle regole affinché il viaggio vada a buon fine, regole che vengono ripetute incessantemente -e anche un po’ fastidiosamente- durante l’intero arco narrativo. Le più importanti sono che si può incontrare solo una persona che è già stata nel caffè e che, qualunque scelta si compia, il presente non può cambiare. Passato e presente si accavallano quindi sullo sfondo della memoria. E se, citando Laura Imai Messina, «il passato è, del resto, in buona parte un’invenzione del presente», è facile intuire le motivazioni che spingono le quattro donne a cercare, nel presente, un ricordo che manca nel loro passato. Ma l’autore aggiunge un’ulteriore tessera di complessità all’intreccio, scegliendo di affrontare il tema della memoria insieme alla creazione identitaria.

La questione identitaria è un nodo cruciale in tutte le culture e le tradizioni, ma qui Kawaguchi sceglie di mostrare come l’identità di un individuo sia (ri)definita dalla memoria. È infatti il viaggio nel tempo, il riappropriarsi o il formarsi di un ricordo che sarà poi trasportato nel presente, a ridefinire l’identità non di colui che vive nel passato, bensì del viaggiatore. La regola fondamentale che il presente non possa essere mai cambiato, perde il valore di monito e assume quello di epifania quando si capisce che a cambiare non è un avvenimento o una persona ricercata in un altro tempo, bensì chi torna nel presente. È la sua identità ad aver acquisito un nuovo ricordo e, assieme ad esso, nuove consapevolezze.

Ma un’altra fondamentale regola aleggia nel vapore: bisogna bere il caffè finché è caldo, un avvertimento che serve a ricordare la fugacità del tempo.

I personaggi non vengono raccontati a fondo, l’introspezione è quasi nulla e al suo posto sembra esserci solo un susseguirsi di eventi. L’unica descrizione accurata, quasi maniacale, è quella degli outfit dei protagonisti, che vengono rappresentati con dovizia di particolari, quasi volesse essere un metodo di caratterizzazione, data l’assenza di una descrizione che sia più intima. Molti lo hanno attribuito alla carriera di sceneggiatore di Kawaguchi, sostenendo che la narrazione somigli alla sceneggiatura di un film. Tuttavia, per chi è avvezzo alla letteratura giapponese, questo è del tutto normale. Non di rado, infatti, persino nei capolavori più alti prodotti dalla letteratura del Paese del Sol Levante, l’interiorità dei personaggi è pressoché assente e ciò è da imputare alla relazione complicata e particolare che i giapponesi hanno con le emozioni e con la loro rappresentazione.

L’unica pecca del romanzo è da attribuire alla traduzione italiana. Spesso, leggendo, si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un classico best seller, figlio della centenaria guerra fra Letteratura alta e letteratura di consumo. Ciò, a mio avviso, è da ascrivere alla traduzione italiana poco ricercata e accurata. Uno degli esempi più eclatanti è nella vicenda di Kōtake, narrata nel secondo capitolo. Kōtake, dopo essere andata nel passato per incontrare il marito, chiede a tutti di non essere più chiamata col cognome da nubile ma con quello da sposata. Per chi non ha un’infarinatura minima della tradizione giapponese, il gesto della donna risulta incomprensibile. In Giappone infatti, si è soliti anteporre il cognome al nome; la maggior parte delle persone, se non hanno un rapporto stretto o di parentela, si chiamano per cognome. Kōtake è quindi il cognome della donna e lei chiede di essere chiamata “signora Fusagi” (col cognome del marito) per mostrare l’appartenenza a quella famiglia. Spiegazione questa che manca totalmente.

Altro esempio è l’utilizzo dell’espressione colloquiale “di botto”, che compare con una frequenza imbarazzante contribuendo ad “abbassare” di molto il tono della narrazione.

In conclusione, Finché il caffè è caldo è una classica storia giapponese, perversamente complessa.

È un libro che va compreso e io, probabilmente, non sono riuscita a farlo.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Wale Wale

    Eleonora, riesci a farmi venire voglia di leggere anche gli elenchi del telefono mannaggia a te.

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