De vulgari eloquentia – Dante

Il De vulgari eloquentia è una grande operazione letteraria, del resto Dante non è certo l’ultimo degli stronzi. Uso una parolaccia nell’incipit per iniziare a scremare i lettori di quest’articolo, e non per le tristi battutine che si fanno alle medie quando si parla di letteratura e lingua volgare.

Il testo in questione è, secondo me, il più sottovalutato della produzione dantesca durante le superiori (lo so che ci sono anche le Egloghe e la Quaestio de aqua et terra, ma vorreste davvero fare un confronto del genere?). Già nelle prime righe mostra l’importanza del trattato, perché “nessuno finora ha trattato, nemmeno parzialmente, l’arte del dire in volgare”. Nonostante questo, anche i copisti dell’epoca hanno dato poco risalto all’opera: abbiamo solo cinque manoscritti, e due sono copie derivate. I filologi, poi, hanno brancolato nel buio di due soli testi da confrontare fino al 1917 (poi è uscito fuori il Berlinese, tra l’altro in anni abbastanza difficili).

Cominciamo col dire che la datazione del De vulgari eloquentia è complessa come per quasi tutte le opere di Dante. In giro troviamo tante biografie del più famoso Alighieri della letteratura, eppure ci sono diversi “buchi” di trama dove ognuno vi proporrà ipotetici viaggi danteschi. L’opera è scritta dopo il 1302, perché nel secondo libro c’è una non tanto velata presa in giro nei confronti di Carlo di Valois e la sua disfatta in Sicilia. In ogni caso la maggior parte degli studi ferma la stesura al 1305, mese più, mese meno. Parliamoci chiaro: Dante interromperà tutte le sue attività per concentrarsi sulla Commedia. Ma dove si trovava? A Forlì? Verona? In Lunigiana? Comunque sia, è nei nostri cuori.

Nello specifico, nel De vulgari eloquentia Dante mette tanta carne sul fuoco. Io salterò tutte le considerazioni religiose perché non ho voglia di litigare, a differenza dell’autore che – diciamolo chiaramente – sentiva spesso quella particolare frenesia belligerante tipica degli esiliati. Ad esempio non parlerò degli angeli che non parlano il volgare solo perché loro comunicano con la forza della mente. Nondimeno Dante decide di contraddire addirittura la Genesi per quanto riguarda le prime parole pronunciate: nel testo sacro troviamo Eva a parlare col serpente, col primo virgolettato; citiamo allora il testo dantesco nella traduzione di Pier Vincenzo Mengaldo rivista da Giorgio Inglese nell’edizione Bur.

È più ragionevole credere che abbia parlato per primo l’uomo: né pare conveniente assumere che un atto così splendido e proprio dell’umanità sia uscito dalla femmina prima che dal maschio. Seconda ragione, dunque, ritengo che il parlare sia stato concesso anzitutto proprio a Adamo, da Colui che lo aveva testé plasmato.

Eh, ma che vuoi farci, è figlio del suo tempo, è pur sempre un autore medievale, quello gli hanno insegnato; tipo i nonni con l’orologio col fascio littorio, che gli vuoi dire al nonno? Abbozzi e sorridi, che quello porta pure la pensione a casa. E Dante potrebbe essere da meno? Lui aveva (o almeno così lo immagino) il calendario dell’Imperatore Arrigo VII, sicuro. Comunque capita anche ai migliori, che però pare salutassero sempre.

Mentre all’inizio tutti parlavano ebraico, dopo la torre di Babele accadde l’irreparabile: si diffusero tante lingue diverse, e ogni parlante ne arrivava a supporre la superiorità. Tutto il mondo è paese, “tutto il mondo è Pietramala”, ogni persona vede nella propria lingua quella di Adamo. È qui che Dante inizia una storia linguistico-geografica, dividendo zone in base al lessico ben prima dei grandi linguisti degli ultimi due secoli. La parte che però attira anche i meno avvezzi alla critica dantesca è quella dove si passano in rassegna i vari dialetti italiani. L’Italia viene divisa dagli Appennini in due macroaree, con quattordici dialetti diversi (senza contare le sottocategorie). Di certo troviamo anche antipatie nate dalle sue esperienze, perché qualche commento sembra davvero eccessivo. Ma l’Alighieri ama risultare “quel simpaticone che tutti adorano per l’affabilità e per l’avere sempre una parola buona per tutti”.

E come i Romani pensano di dover essere anteposti a ogni altro, così meritatamente li antepongo agli altri in questo lavoro di sradicamento, ovvero estirpazione, e proclamo che in un ragionamento sull’eloquenza volgare di loro non bisognerebbe nemmeno parlare. Infatti quello dei Romani è il più laido fra tutti i volgari italiani, e meglio che un volgare lo si dirà un tristiloquio; cosa che non sorprende, poiché essi anche per bruttura di usanze e mode puzzano più di ogni altro.

La poggia piano. Il De vulgari eloquentia dantesco continua con toni non meno forti verso marchigiani, lombardi, istriani e in ogni caso sanziona “tutte le parlate di montagna e di campagna, che sempre si sentono dissonare, per irregolarità di pronuncia, dalla lingua di chi abita nel centro delle città”. Il sardo ha forse uno dei trattamenti peggiori, perché considerato una bieca imitazione del latino. Non ripeterò neanche le parole di Dante verso i sardi, ma potrete cercarle nel capitolo XI del primo libro (le ultime due righe). Siciliani e pugliesi hanno una lingua di alto livello, ma parlanti medi non all’altezza. Ovviamente non poteva parlar male della tradizione letteraria del luogo.

L’autore si mostra super partes nel distruggere le parlate toscane facendo anche qualche nome; andrà anche nello specifico perché “giacché i Toschi più degli altri farneticano, in preda a questa ubriacatura, pare meritorio e utile umiliare in giusta misura, uno a uno, i volgari dei municipi toscani”.

Genovesi e romagnoli hanno il problema della zeta, e il veneziano non è illustre. Il bolognese potrebbe essere il volgare migliore, ma solo nel caso si dovessero valutare i soli dialetti municipali tra loro.

In definitiva, nessun volgare è giusto per prendere il sopravvento senza l’ausilio degli altri. Arrivano poi gli unici tre capitoli (XVI-XIX) che ritroviamo anche nei riassunti dei ragazzi al terzo superiore, ovvero l’unico passo che stavano cercando gli studenti incappati in questo sito durante quel famoso quarto d’ora prima dell’interrogazione, quello che permette di memorizzare velocemente più informazioni possibile per cancellarle dopo qualche ora.

Il volgare dev’essere: illustre, ovvero dare lustro, “illuminare”; cardinale, cioè far sì che le altre lingue possano ruotare intorno a lui come la porta che ruota sui suoi cardini; aulico, perché con un uso elevato può essere degno di ogni discorso; curiale, ovvero perfetto per l’uso nelle corti e nei documenti ufficiali. Il professore più esigente vi chiederà anche qual è l’altra grande novità del testo: Dante crea nel De vulgari eloquentia il primo canone letterario in volgare, citando tutti i grandi poeti di cui valga la pena averne memoria; ovviamente si inserirà tra questi, così come Manzoni si metterà come ultimo autore degno di nota nei programmi scolastici, ma questa è un’altra storia.

Nel secondo libro continua il suo lavoro di catalogazione dello scibile intorno al poetare. Sarebbe possibile anche il prosare, ma Dante è poeta e tira acqua al suo mulino. Tra i componimenti, la canzone supera tutte le altre forme metriche. Per i filologi: negli ultimi capitoli viene spiegata bene la canzone, molto meglio che nello Stussi. Studiatevela da questo testo, ché la fonte pare attendibile. In più c’è un capitolo sul fatto che le canzoni avevano una melodia, cosa che noi abbiamo perso col tempo. Ditelo a tutti quelli che non erano d’accordo con il Nobel a Bob Dylan.

C’è poi una parte sui tipi di verso migliori, e l’endecasillabo ne esce vincitore. Sembra così strano notare che, alla fine della fiera, il testo ideale sia fatto di endecasillabi e ricco di parole auliche… Sembra quasi un trattato pubblicitario per dire che la Commedia sarà il testo migliore in circolazione nei prossimi anni (Dante la stava scrivendo già da qualche anno).

Dante lascia il De vulgari eloquentia incompiuto, infatti mancano almeno altri due libri che avrebbero approfondito argomenti solamente citati. Welliver invece ci dice che secondo lui è fatto di proposito, per avere 33 capitoli complessivi (già nella Vita Nova avrete imparato ad amare o odiare la numerologia dantesca).

In ultimo, voglio fare un regalo a chi mi ha seguito fin qua:

Il codice Trivulziano in tutta la sua bellezza, oggetto di copiosi atti onanistici tra letterati.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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