Confessioni di una coppia scambista al figlio morente – Alessandro Gori

Mi piacerebbe poter dire che Confessioni di una coppia scambista al figlio morente di Alessandro Gori sia la risposta a Che cos’è la religione? di Jeppe Sinding Jensen. Purtroppo lo è solo a livello formale, ma non disperiamo.

La raccolta di racconti, targata Rizzoli Lizard, è esattamente ciò che cercavo. Ogni comico, umorista o satiro ha il suo schema per tirare fuori la risata, il sorriso o il ghigno a denti stretti; Alessandro Gori è invece imprevedibile, e l’unica sicurezza è che i finali delle varie storie sono fuori da ogni combinazione di Propp.

Per chi non lo conoscesse, Alessandro Gori è il nome dell’uomo dietro Lo Sgargabonzi, pagina Facebook che, a dispetto della sensazione creata dall’incipit di questa frase, non conoscevo. In compenso avevo già letto il meraviglioso Jocelyn uccide ancora quando, dopo le apparizioni su Battute?, Gori è entrato nel cast della Pezza di Lundini diventando noto anche per i fruitori di Rai Uno.

Nella lettura di Confessioni di una coppia scambista emerge una componente pop ben diversa da quella che tanto celebrano i lettori contemporanei. Grazie alle repliche di Mediaset Extra, è tornato alla ribalta Colpo grosso, e chiunque potrebbe prenderlo in esempio nel citazionismo pop. Gori potrebbe parlare invece di Alma Lo Moro e la sua carriera successiva al programma. O almeno lo immagino così, come se questo potesse giustificare la mia capacità di memorizzare nomi di piccoli personaggi televisivi. “Eh, ma anche lo Sgargabonzi ne parla” per spiegare che sono meno strano di quel che si possa pensare.

Nella mia testa, Gori è un grande ascoltatore di musica. Ne parla nei libri, è il protagonista assoluto di Contacting Bowie, ma soprattutto ha un andamento narrativo che segue il tempo, il ritmo. Potrebbe anche non essere un grande ascoltatore di musica, ma di certo ha interiorizzato il gusto delle canzoni in prosa degli Squallor. A ben vedere, è come se fosse il primo erede del quartetto Bigazzi-Cerruti-Pace-Savio a non essere napoletano. Non cerca la battuta come farebbe invece Gianfranco Marziano, e non usa il corpo alla pari di un Nicola Vicidomini: è una sintesi tra i due e un degno successore – anche vocale – di Bigazzi e Cerruti.

Il tipo di storie che incontriamo nella raccolta è molto vario, nei contenuti quanto nello stile. A racconti più lineari si alternano pezzi simil-saggistici, evoluzioni di barzellette nel mondo reale, trascrizioni di scambi di email, Maura Livoli, elenchi di curiosità.

Mi sembra evidente che il libro mi sia oltremodo piaciuto, ma le critiche sono sempre dietro l’angolo. Non sono le mie. Su un gruppo Facebook dove, tra i vari commenti, si parla bene persino di Seta, leggo di una signora che trova Confessioni di una coppia scambista un libro inutile. Per lei non fa ridere e neanche riflettere. Qui mi inserisco, perché trovo che le riflessioni non siano una conditio sine qua non per la buona riuscita della comicità. Cito il Totò di Fifa e arena, sceneggiatura di Marcello Marchesi. La signora, per tutta risposta, mi scrive in privato che Napoli e i napoletani non dovrebbero valere mai come esempi. Poi mi blocca. Evidentemente avrà interiorizzato in qualche strano modo il racconto Napoletanità.

Il battibecco però mi è servito: possiamo riflettere su qualsiasi cosa, qualora ne fossimo in grado. La signora non poteva accettarlo, ma, se siete su questa pagina e volete parlare di Confessioni di una coppia scambista al figlio morente, vi trovate nel posto giusto. Io vorrei farci la tesi di dottorato, dopo che mi hanno rifiutato pure Flaiano e Bruno Gambarotta.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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