Chi dice e chi tace – Chiara Valerio : recensione

Chi dice e chi tace, ero lì, senza troppa convinzione, che cercavo qualcosa da leggere; qualcosa di nuovo, qualcosa di non troppo lungo e qualcosa di interessante, dici niente, no? 

In mio soccorso la mia amica Maria, grandissima lettrice, e mi dice: “ce l’ho, devi leggere questo, è nuovo, non è troppo lungo, c’è un mistero ed è nella dozzina del Premio Strega!”

E ce l’aveva davvero: Chi dice e chi tace di Chiara Valerio. Ambientato a Scauri nel basso Lazio, a metà degli anni ottanta, nel romanzo l’avvocato Lea Russo deve confrontarsi con il paese e i suoi legami, parola questa che a volte unisce e a volte stringe. 

Chi dice e chi tace si apre con la morte di Vittoria, una donna nota e amata in paese, una forestiera, ma dopo vent’anni il paese le considerava sua parte integrante, lei e Mara, la donna con la quale conviveva. 

Vittoria muore nella sua vasca da bagno, per annegamento, mentre Lea trascorreva il fine settimana a Ponza. Molti l’avevano vista quell’ultimo sabato, in paese tutti fanno sempre le stesse cose, e Vittoria come ogni mattina si era tuffata dalla scogliera, aveva preso un caffè nel solito bar, era andata in farmacia e aveva incontrato e si era intrattenuta con tante persone, eppure la domenica mattina era affogata nella sua vasca da bagno; il medico legale conferma, acqua nei polmoni. 

Eppure Lea non riesce a darsi pace, tanti indizi che non tornano, troppe contraddizioni e troppe ombre sono sollevate dalla morte di una persona che in vent’anni si credeva di conoscere. 

Scavare nel passato di Vittoria, scoprire che sotto una lucida superficie c’è molto di più di quello di cui ci si è sempre accontentati porterà l’avvocato Russo a mettere in discussione tutto ciò che pensa di sapere su sé stessa e sulle persone che la circondano. 

In questo libro, ambientato negli anni ottanta, si ha una straniante sensazione di attualità, che si rispecchia soprattutto nel personaggio di Lea, nelle sue lotte e nelle sue contraddizioni. Lei che studiava affinché tutto quello studio la portasse via dal paese, lei che per amore ci era rimasta, lei che aveva anteposto il lavoro al matrimonio, aveva un marito e due figlie. Lei che riesce a vedere le differenze di peso tra la laurea di suo marito e la sua, la differenza con cui si rispetta automaticamente un uomo e quello con il quale si dubita di una donna. Lei che non è una moglie tradizionale, che fa tardi a lavoro, che non prepara sempre la cena, lei con un marito che non ci dà peso, che proclama la parità per le sue figlie. 

Lea e Luigi, così progressisti che cadono nelle maglie del possesso. 

Chi dice e chi tace e quanto è pericolosa la strada che conduce alla parità, piena di luoghi comuni consolidati in cui inciampare, eppure andando avanti. 

L’avvocato Russo ha un grande difetto, è un po’giudicante, sa cosa le piace e cosa non le piace, sa che le stazioni dovrebbero essere tutte in un modo e tutte in un determinato colore, ha molti schemi che non ammettono eccezioni, eppure ha anche un grande pregio, non si spaventa facilmente, neppure se le domande che si pone possono portarla a perdere la vita come la conosce ora, la scoperta di una nuova sessualità, l’attrazione per Vittoria, quell’amicizia sempre in bilico verso un di più che non è potuto mai essere, ma perché? Perché non lo si è riconosciuto o perché lo si è ignorato? 

Chiara Valerio scrive benissimo, della morte e dell’amore, in un linguaggio poetico che in qualche modo mi ha riportato alla mente Patrizia Cavalli, sarà forse anche per quel fiore di datura, che dà nome ad una raccolta di poesie e a cui non avevo mai pensato come ad un fiore. 

Sarà per questo racconto un po’ magico e un po’ stregato, in bilico tra farmaco e veleno, che la differenza sta in pochi grammi. Nella costruzione di un paese che vive, di parentele, di conoscenze, di informazioni passate di bocca in bocca e di memorie, ma anche di povertà, di dialetto di vicinanza forzata; sarà anche perché ci sono pochi architetti e ingegneri e le case non possono essere più alte di due piani, che si è costretti a stare così vicini. 

“[…] la memoria del paese è diffusa. La memoria del paese ha mille nodi. La memoria del paese somiglia alle piante. La memoria del paese ha radici che si scambiano informazioni. La memoria del paese è inesauribile. Volta per volta è inaffidabile, ma è sempre esatta.”

Oriana D'Apote

Oriana D'Apote classe ’93 un pendolo che oscilla tra la Puglia e l’Abruzzo. La mia prima natura è quella di ascoltatrice di storie, con l'animo inquieto sempre alla ricerca di qualcosa, il dettaglio, la poesia. Sogno di acquistare centinaia di fiabe illustrate, leggo storie crude. Vivo come il protagonista di un noir a colori dove alla fine prenderò il cattivo, risolverò il caso.

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