Campi d’ostinato amore – Umberto Piersanti

Ci sono principalmente due modi per leggere un libro di poesie:

1) studiare biografia e poetica, affrontare un percorso ben stabilito, metodo scolastico;

2) aprire la raccolta e perdersi tra le parole del poeta.

Per Campi d’ostinato amore di Umberto Piersanti, La Nave di Teseo, ho seguito la seconda strada.

Così ho potuto assaporare i tanti assaggi del passato evocati nella prima sezione, Il passato è una terra remota, con libertà (necessaria, per far vibrare la poesia). È stata una grande sorpresa ritrovare campi semantici ormai persi, come quelli relativi al mondo botanico. Ci si immerge in una natura viva, quella parte di mondo che diventa sempre più lontana e nonostante tutto continua a vivere intorno a noi, o quantomeno alle nostre spalle, dove ci giriamo sempre meno per osservare i mondi che frequentiamo solo nella mente.

È un viaggio, una raccolta di diapositive. Sono sempre stato un tipo cittadino, faccio parte di quella schiera di persone citate appena due periodi fa, e conosco poco l’universo narrato da Piersanti; però il poeta ha la capacità di trasmettere figure e sensazioni al punto che, finita la lettura, ho cercato il territorio delle Cesane sul fidato Google Immagini ed ho ritrovato gli stessi piani sequenza delle poesie.

Umberto Piersanti è regista di diversi poemi filmici, e i suoi Campi d’ostinato amore sono tanti cortometraggi narrati dalla voce del poeta. Riconosciamo la macchina da presa che esamina situazioni e frammenti dal punto di vista dell’autore, e riusciamo a partecipare in questa potenza immaginifica. Entriamo nella sua vita, nella sua famiglia. Non è un caso che al centro del volume si trovi la sezione Jacopo. Il figlio del poeta ispira tre testi di ostinato e doloroso amore, dove la bellezza diventa tangibile. Parliamo fuori dal campo letterale ed entriamo nell’emozione: ho avuto la pelle d’oca per tutte le pagine di questa suite poetica. La malattia di Jacopo è esplicitata subito prima di questa parte, e riporto dei versi da Jacopo sul palco:

“tu dei compagni / il più alto e luminoso, / quell’istante bocconi / sopra il legno / per un istante spezza / il sortilegio / che il tuo giorno assedia / e ossessiona // ora sei tu / nel palco, / io di sotto, / tra gli altri, / che ti guardo”

Ecco, qui son rimasto sopraffatto dalla valanga. Qui Piersanti ha trovato la successione di accordi che fa suonare l’anima del lettore.

Le voci poetiche più giovani si sono allontanate da questo stile, dal saper descrivere le nude emozioni della vita. Non solo consiglio questo libro agli amanti di poesia, ma soprattutto lo raccomando agli esordienti. Un poeta che legge Umberto Piersanti sarà per forza di cose un poeta migliore, e Campi d’ostinato amore può essere un ottimo punto di partenza.

Umberto Piersanti, la sua poesia (non fa eccezione Campi d’ostinato amore) è intrisa di natura. Questa è ben legata al territorio appenninico, alle Cesane, luoghi personali eppure di tutti. Oggi è sempre più raro trovare autori legati alla propria “patria poetica”. Come mai, secondo lei, si sta perdendo sempre più quest’idea?

“Patria poetica” significa che un luogo è stato investito da un autore con una forza particolare che lo ha reso suo e nello stesso tempo universale. Diceva Paolo Volponi che, soprattutto in Italia, particolare fa rima con universale: si potrebbe dare Carducci senza la Maremma, Pascoli senza Romagna e Garfagnana, d’Annunzio senza Abruzzo e Versilia, Pavese senza le Langhe? E potremmo continuare a lungo.

In me la patria poetica significa un’adesione profonda a luoghi che mi hanno visto nascere e aprire gli occhi sul mondo, agli avvenimenti della mia infanzia che mi hanno formato e che costituiscono tuttora gran parte della mia identità. Le Cesane sono un lungo altipiano che si estende tra Urbino e Fossombrone con a est il mare e a ovest l’Appennino. In un fosso, sotto le Cesane, stava la casa della mia nonna materna, lì c’era anche il mio bisnonno, Madìo, che mi raccontava storie magiche e favolose: lo sprovinglo, a metà fra il demone e il folletto, entrava nel biroccio e assumeva una forma gigantesca tale che i buoi non riuscivano più ad andare avanti. Poi apriva le ali e volava dietro il monte della Carpegna.

Nella piantata accanto alla casa di mia nonna paravo le pecore con i miei cugini, ma stavo leggendo l’Iliade e le Poesie Pastorali e mi sentivo come un personaggio antico, un personaggio di quelle storie che tanto mi affascinavano.

La perdita della “patria poetica” da parte dei poeti più giovani è anche collegata alla perdita delle memorie, al vivere in un’assoluta contemporaneità che considera tutto ciò che passa come qualcosa che ormai sta dietro le nostre spalle e su cui non è così importante soffermarcisi. Inoltre l’esigenza di essere moderni, di sentirsi dentro il vasto mondo senza alcuna particolare identità se da una parte può rendere questi giovani più universali, dall’altra porta ad atteggiamenti e a scritture talora stereotipate. C’è inoltre la paura del canto, la paura di essere “sentimentali”: se il sentimento diviene retorica, allora è estremamente negativo, ma quando invece significa soltanto adesione a tempi, luoghi e vicende, questo non può che dare un senso più profondo ai propri testi.

La storia della letteratura è piena di artisti che tornano sulle proprie opere per correggersi, riordinare le carte, aggiornare pensieri e forme. Altri preferiscono invece lasciare piuttosto la traccia passata. Ci sono insomma poeti che autocensurano il proprio passato (letterario e non) e certi che ne fanno tesoro. Di quale schiera fai parte?

Quando compongo un testo, dopo averlo finito, lo rileggo due o tre volte portando cancellature, spostamenti e correzioni. Alla fine lo leggo ad alta voce: è questa la prova definitiva, solo quando questo tipo di lettura mi soddisfa ritengo il testo completo e finito. Infatti penso che in una poesia il ritmo, la musica delle parole in quanto tale al di là di ogni accompagnamento musicale, sia un elemento di estrema importanza. Queste operazioni si svolgono sempre nelle stesse ore, al massimo in una mezza giornata.

Non ritorno mai sui miei testi: li vivo come testimonianze d’un momento e di una situazione particolare che, anche se riusciranno ad avere un valore più ampio e magari universale, debbono conservare il sapore e il profumo di quei momenti. Ritornare su un testo, magari dopo diec’anni, mi sembra sempre di stravolgerlo, di falsare quelle percezioni e quelle emozioni da cui il testo è nato. Mi guida il rispetto rigoroso dei tempi e delle vicende, un rispetto che mi impedisce di trasformare la scrittura che da loro si è generata.

In Campi d’ostinato amore la poesia che dà il titolo all’opera parte con una citazione imprecisa di Carducci, Davanti San Guido. Ho trovato molto Carducci, che amo, nella tua poesia, eppure è un poeta che compare sempre meno nei programmi scolastici. Cosa ne pensi?

Carducci è un poeta molto poco amato in questi anni. Hanno concorso molti elementi: le sue posizioni politiche diventate da giacobine abbastanza moderate che hanno infastidito la critica marxista e in genere “di sinistra”, il peso della sua formazione professorale ed erudita, il fatto che nella sua enorme produzione ci siano zone piuttosto deboli. Carducci però ha scritto poesie molto belle: in particolare le liriche “maremmane” hanno una grande intensità emotiva e sono sempre attraversate da una malinconia tanto intensa quanto virile. Una poesia come San Martino è stata l’archetipo delle Myricae pascoliane. Pianto antico è una delle più commosse espressioni d’un amore paterno che non può vedere la morte del figloletto attraverso una qualsiasi consolazione metafisica. Anche alcune poesie storiche come Comune rustico sanno ricreare vicende ed atmosfere con grande forza e intensità.

Carducci oggi non è di moda, ma le mode passano e i valori permangono e permane dunque la sua poesia.

Tornando alla “citazione imprecisa” (come detto anche nelle note), mi piace il concetto stesso di imprecisione, tipica delle immagini ricordate e degli scorci di memoria. Lei è anche regista, e la domanda mi viene naturale. Quanto è importante l’immagine, e quale valore si può dare alla sua distorsione?

Le mie poesie sono piene di immagini: immagini e suoni. È stato proprio il mio amore per le immagini a farmi operare nel cinema, sia pure in un cinema particolare e laterale. A proposito della distorsione: tu hai immagini nella tua memoria, ma il tempo non può che distorcerle e trasformarle. Un personaggio del mio primo romanzo L’uomo delle Cesane dice una frase in cui mi ritrovo perfettamente: una volta passati sogni e ricordi sono la stessa cosa. Campagne e volti gesti e passi acquistano un sapore diverso. La civiltà contadina che racconto e la stessa natura sono così trasformate in un altrove. Il poeta non è un cronista, ma uno che ricorda e trasforma, cercando di cogliere il senso di ciò che è stato al di là delle singole vicende.

Chiudiamo le nostre interviste con il classico gioco del “Chi butti giù dalla torre?”, ma la torre è un simbolo molto ingombrante e vogliamo dare importanza all’altro carattere: chi terresti con te?

Carducci – Pascoli: non riesco a buttare giù dalla torre nessuno dei due

poesia in rima – versi sciolti: giù dalla torre “poesia in rima”

musicalità – dissonanza:  giù dalla torre “dissonanza”

animo solare – animo lunare:  giù dalla torre “animo lunare”

prosa – poesia:  giù dalla torre “prosa”

Mi sono attenuto allo schema del gioco, ma naturalmente le “cose” sono molto più complesse.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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