Bestie – Dizz Tate: recensione

I nostri primi ricordi vividi risalgono all’età preadolescenziale, quando iniziamo a sentirci più grandi e per la prima volta ci chiediamo come saremo una volta diventati adulti.

L’esordiente e bravissima Dizz Tate, nel romanzo Bestie, ci riporta ai nostri tredici anni. Non so voi, ma io non ho dei ricordi bellissimi e nostalgici di quel periodo; per la prima volta senti il desiderio di voler far parte di un gruppo, lasciandoti guidare dall’impulsività e dal leader del momento. L’uomo sente dai primi attimi della storia il bisogno di creare comunità, una cerchia dove potersi sentire al sicuro. Nel romanzo Le ragazze avevo evidenziato come il branco sia spesso deleterio per le persone, in particolare per coloro che hanno ancora una accesa competizione interna tra quale personalità andrà a prevalere sulle altre.

Qui ci troviamo a Falls Landing, Florida, una piccola realtà di provincia. Stato caratterizzato da tempeste, rumori e uragani. L’apparente quiete viene interrotta dall’improvvisa sparizione di Sammy, la figlia del pastore. Tutti iniziano a cercarla ma non vi sono tracce. Vengono ascoltate anche le coetanee tredicenni che forse potrebbero avere qualche informazione: Hazel, Britney, Leila, Isabel, Jody e Christian. In fondo vanno nella stessa scuola e frequentano gli stessi posti. Questo gruppo di ragazze segue da lontano la già popolare scomparsa. La venerano e sperano di essere notate da lei, prima o poi. Sentono il bisogno di essere amate, scoperte, e diventare bellissime.

Le Bestie di cui parla la Tate sono un branco di ragazzine chiassose, con insicurezze e desiderio di emergere. Provano a guardarsi intorno e osservano con occhi giudicanti le loro madri. Sono quello che si può considerare più lontano dalle loro aspirazioni più intime. Sole, con dipendenza da alcol e totalmente ignare di quanto i loro giovani angeli nascondano nel profondo un animo più cupo.

Nel romanzo si alternano capitoli corali, dove l’autrice parla con il noi, a quelli dove possiamo studiare meglio alcuni aspetti delle personalità di ognuna, di come siano cresciute anche dopo la scomparsa di Sammy. Non temono il peggio per la sua scomparsa, ridono di quello che accade intorno a loro e le sorprende. Sentono, semplicemente, il bisogno di trovare una nuova diva da ammirare.

Non scelgono molto lontano, inizieranno a osservare e studiare Mia, la migliore amica di Sammy che dichiara di non sapere nulla della scomparsa. Sua madre ha una scuola di ballo con un canale diretto con i talent scout che scovano modelle e future attrici da portare ad Hollywood. Le ragazze rappresentano quello che molte di noi hanno desiderato almeno una volta: essere notate durante una passeggiata al centro commerciale da un giovane e affascinante agente che ci trova incantevoli e portate per il mondo dell’alta moda. A tredici anni è tra i nostri desideri più ricorrenti sentirci per la prima volta veramente bellissime, uniche. Solo che a quell’età l’accettazione è fondamentale per riconoscere il buono dentro di noi. Probabilmente per alcuni questa fase non è mai passata.

 Possiamo essere le persone più interessanti del mondo, ma se nessuno ci dice che siamo carine a tredici anni ci cade il mondo addosso. Nel caso di un commento negativo? Ancor peggio, il nostro cuore si spezza come un vaso in mille pezzi, quasi impossibile da ricostituire. In realtà, per i primi dieci minuti, appena arriva qualcosa di nuovo l’attenzione cade subito su altro.

L’autrice londinese ci riporta negli anni in cui siamo eterni indecisi, chiassosi, gelosi e succubi. Descrive bene uno dei classici giochi di potere a cui siamo stati sottoposti tutti: l’essere isolato, deriso dagli altri, in modo da analizzare la tua reazione decidendo poi se sei abbastanza forte per essere necessario all’interno del branco. Da considerare che spesso l’elemento più buono è necessario perché maggiormente plasmabile e all’ultimo sacrificabile.

Non posso dire altro nel dettaglio perché non voglio fare nessun tipo di spoiler.

 La protagonista Sammy è in realtà quasi assente, perché scompare nella prima pagina. Viene delineata dai ricordi delle sei ragazze (Christian viene definito come la ragazza che è stata accolta nel gruppo). Le figure maschili identificano poche sfere caratteriali: i padri assenti, sacrificabili se si dovesse buttare uno dei due genitori dalla rupe per salvare l’altro, i belli e irraggiungibili come Eddie, il più bello della scuola e fidanzato di Sammy, e il talent scout spregiudicato (classico canone rispettato). Nonostante sia un romanzo al femminile, non sembra una lettura che voglia difendere le donne. Anzi, le vuole mostrare nelle sue sfaccettature più vere, spezzate, bramose, crudeli, ambiziose, accomodanti, ed altro (non devo fare un elenco lungo, merita leggerseli da soli dal testo).

“Non ci stanno guardando e non ci hanno mai guardate. Nessuno ci guarda e questo ci regala un potere feroce, bestiale. Le nostre madri ci danno delle bestie quando vogliono farci sentire in colpa. È lo stesso nome che danno agli uomini che non gli piacciono, come i nostri padri.  (…)

Ci hanno dato delle bestie quando ci siamo stancate di sentirci dare delle bestie e allora abbiamo raccolto delle vespe morte con i pungiglioni ancora attaccati e gliele abbiamo messe nei portamonete e nelle Crocs che usavano al lavoro. «Bestie! Ma come si può essere delle bestie del genere?»

Hanno pianto. Abbiamo pianto anche noi, perché sentivamo che stavano dicendo che eravamo sbagliate. Ci siamo sentite schifose e come se fossimo state i nostri padri e spaventate da noi stesse.”

Le diverse ragazze si delineano negli anni successivi e riesci a cogliere le nette differenze tra quelle trasferite in età adulta e quelle rimaste a Falls Lending, senza rompere i vincoli con il passato. Questo aspetto viene molto evidenziato dall’autrice ed è un qualcosa a cui abbiamo fatto caso tutti con i nostri amici rivisti dopo anni. Il rimanere schiacciati nella realtà provinciale, la nicchia sicura che ti condiziona, forse troppo, tenendoti anche più legato ai ricordi passati. All’opposto, gli esuli che tornano a casa per le vacanze qualche giorno, quasi non ricordano più nulla di quei legami che si credevano indissolubili. Come quando rincontri un amico storico mai uscito di casa con cui devi fingere di pensare con tanta nostalgia agli anni scorsi, quando in realtà ricordi ormai ben poco.

Nel corso della narrazione non passa inosservata la continua ricerca della protagonista scomparsa e solamente nelle pagine finali si verrà forse a capo della vicenda.

Penso sia riduttivo definire Bestie solo come il romanzo di una autrice emergente: c’è una cura nella scrittura, una intessitura di temi e complessità umane, un episodio iniziale che non vedi l’ora di risolvere, e quasi non sembra un esordio letterario nonostante la freschezza che trasuda; aggiungiamo una copertina stupenda che cita le bellissime sorelle Lisbon de Le vergini suicide e la ricetta è pronta. Ecco la vostra prossima lettura!

Federica Andreozzi

Leggo da sempre, e ho deciso di diventare miope e astigmatica solo per provarlo a tutti. La mia compagna di vita si chiama Ansia, che mi somiglia ma ci vede benissimo. Recensisco di tutto, anche le etichette delle camicie, ma se mi date un fantasy non potrò che assumere l’espressione schifata in foto.

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