Autobiografia del Blu di Prussia – Ennio Flaiano

Il mio primo approccio a Ennio Flaiano è dello scorso decennio, proprio con Autobiografia del Blu di Prussia. Ovviamente conoscevo già diversi aforismi dell’autore abruzzese, ma dopo un po’sembra quasi un nome da tirar fuori ogni volta che non si conosce la fonte di una frase intelligente. In ogni caso, Flaiano l’avrà pensata (e forse in una forma migliore). Il volume fa parte dei tanti suoi libri postumi, vista la gran quantità di cartelle di carte ben ordinate e inedite.

Ennio Flaiano lavorò in ogni campo: scrive per il teatro, per il cinema – Fellini gli deve moltissimo per la prima metà della sua carriera –, è critico, giornalista, caporedattore, direttore di rivista, aforista e tanto altro. C’è stato anche il tempo di un romanzo, Tempo di uccidere, con cui vinse il primo Premio Strega. Purtroppo la vita di Ennio è costellata di eventi che costringono lo scrittore a ricalibrare spesso i suoi lavori, come ben analizzato nel libro di Antonio Di Loreto. Puntava a passare dietro la macchina da presa, e un nuovo infarto lo portò via prima della fine di Oceano Canada, da recuperare assolutamente.

Autobiografia del Blu di Prussia è una raccolta di racconti, e comincia con l’omonimo testo che ha lunghezza decisamente maggiore rispetto al resto. È comunque strutturato in brevissimi paragrafi, e ognuno è un aforisma narrativo collegato in linea di massima sul lungo periodo.

“L’amor che muove il sole e l’altre stelle. Ecco un verso di Dante che vede oltre il telescopio di Galileo. Quando la Scienza avrà messo tutto in ordine, toccherà ai poeti mischiare daccapo le carte.“

Il protagonista è il Blu di Prussia, il colore, che però qui diventa personaggio e rispetta l’altisonanza del nome; il linguaggio non scade mai, e i pensieri sono tanto nobili quanto futili, e per questo così belli. I ragionamenti hanno la loro filosofia, ed è quella del satiro parlante: la voce flaianea è immediatamente riconoscibile, un’ironia super partes che colpisce tutti.

Flaiano inventa una vita, una famiglia, l’albero genealogico. Stabilisce abitudini e gusti, rapporti, ed è tutto credibile pur con l’evidente costante fantastica. Immaginiamo senza alcuna difficoltà le brutte influenze del fratello Blu Oltremare, dalle compagnie equivoche all’irresponsabilità, passando alla preoccupazione di piacere di primo acchito e la persistenza nell’errore.

Ogni tanto il Blu di Prussia indugia nel raccontare storielle, raccontino nel racconto, quasi come nella bellissima opera teatrale La conversazione continuamente interrotta, che trovate QUI.

Seguono poi tre racconti comparsi sul giornale negli anni ’40.

Prova di scrittura è un ottimo di esempio di come la bellezza della letteratura possa nascondersi e, forse, non uscire mai dal foglio. Il vento porta in casa dei fogli dattiloscritti provenienti dalla vicina copisteria. Il testo è una prova meccanica per controllare il funzionamento di una macchina da scrivere. Una riflessione cinica sul mondo letterario, da un addetto ai lavori del ramo più tecnico e ben più capace, in un semplice divertissement, di tanti scrittori di mestiere.

Nella prima metà di Il minore riconosciamo, senza molta difficoltà, Pescara. Già, dimenticavo di dirlo a chi è finito su questa pagina senza sapere molto Di Ennio Flaiano. Pescarese come D’Annunzio, ma è il rovescio della medaglia. Da un lato c’è l’orgogliosamente arciitaliano, mentre Flaiano ne ha per ogni categoria. Soprattutto i pomposi. Leggiamo nel Diario degli errori, ad esempio, «Verso Pescara. La figlia di Jorio fa le marchette alle Gole di Popoli».

Il palloncino del 1948 è un frutto prezioso, un modo di raccontare che purtroppo addolcisce sempre meno la letteratura e il cinema. Da un lato c’è un evento semplice, un palloncino rosso che prende il volo nel cielo. Dall’altro c’è tutta Roma, dal basso di un tassista fino ai vecchi nobili della capitale; anche scrittori e filosofi diventano personaggi privilegiati, come il sognante poeta Cardarelli a passeggio con lo scultore Barbieri, o Sandro De Feo, Panfilo Gentile; e ancora la politica, con Saragat e Gronchi, per poi tornare al punto di partenza. A ogni rilettura mi ricorda il bellissimo monologo di Riccardo Pazzaglia in Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo.

Il livello è così alto che questo racconto sarà anche in Italica. Il Novecento in trenta racconti (e tre profezie) di Giacomo Papi, una di quelle antologie che diventeranno imprescindibili.

L’inchiesta è una farsa così bella che lasciarla in forma di racconto poteva essere uno spreco imperdonabile. Ve ne parlerò meglio quando tratterò di Un marziano a Roma e altre farse. Tratta, comunque di un calzante interrogatorio che tralascia la confessione – spoiler – di un assassinio in favore della precisione d’ufficio. L’ispirazione del mattino, invece, non avrà la stessa fortuna. Diventerà, in seguito a parziale riscrittura, un segmento della Conversazione continuamente interrotta.

In chiusura dell’Autobiografia del Blu di Prussia, due appendici.

Ambientato in Abruzzo, regione con una metafisica propria e con un cristianesimo così vicino al paganesimo, Il Messia mi annoia. Anche quando la penna è di Flaiano, se leggo di religione mi scasso il cazzo. Le fotografie, invece, è un racconto di vita vera; con l’amico Pasqualino, fotografo, assistiamo a una presa in giro di quei figuri che grazie al fascismo potevano pretendere il rispetto che, in altri tempi, mai avrebbero conquistato. Uno scherzo degno di altri amici dello scrittore, infatti qualche tempo dopo ci fu un cambio di coprotagonista in favore di Mino Maccari in occasione di una mostra dell’artista con cui spartì diverse riviste e almanacchi.

Volete approcciarvi a Flaiano? Autobiografia del Blu di Prussia è, per me, il modo ideale di conoscere più dimensioni dell’autore più sottovalutato del Novecento.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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