Andare Camminare Lavorare – Angelo Ferracuti : recensione

Per un figlio di ex postino, Andare Camminare Lavorare di Angelo Ferracuti è contemporaneamente un “nientedinuovo” e un viaggio di scoperta. Mi spiego meglio grazie al sottotitolo: L’Italia raccontata dai portalettere è più veritiera di un documentario. Mio padre è poi incline ai racconti, quindi ne ho sentiti davvero parecchi – quantomeno su Pescara (che nel libro manca, ma l’autore chiama il primo paragrafo dell’epilogo proprio Potevi andare in previsione di queste rimostranze).

Il lungo viaggio di Angelo Ferracuti percorre l’Italia intera, dalla Valle d’Aosta – del resto è da lì che inizia il programma di geografia che impariamo a scuola – fino alle isole di Sicilia. Sono proprio le isole ad avermi stupito maggiormente, microcosmi che ancor più degli altri luoghi sentono il bisogno di una figura capace di far da collante nel tessuto sociale. I postini riescono a unire persone in un modo che qualcuno potrebbe definire “d’altri tempi”, ma una lettera implica quegli sforzi che email e messaggi audio non comprendono.

Il mio non è un invito a riprendere il calamaio, lungi da me! Che poi ormai sono in pochi a saper usare l’inchiostro in quel modo, e immagino già le buste sporche e rovinate (e sarebbe comunque interessante, racchiuderebbe un racconto non scritto forse più importante del contenuto della lettera). Mio padre però ha sempre riso di fronte a chi non vedeva il futuro dei portalettere per via dell’avanzare della tecnologia. Andare Camminare Lavorare ne è un esempio ricco di storie.

“Quella degli uomini di Poste Italiane, che continuano a percorrere il territorio del nostro Paese consentendo a tutti di mantenersi in contatto, è proprio una di quelle narrazioni che toccano le corde più sensibili del nostro essere comunità dispersa e, insieme, sul limitare di una riconquista di identità collettiva toccata da innovazione e futuro. […] Il nostro Paese sta vivendo una trasformazione profonda e nessuno meglio di quanti “andando, camminando, lavorando” hanno vissuto sulle strade e tra le case, parlando a tutti e tutti ascoltando, è in grado di descriverci come è venuto cambiando il paesaggio civile ed economico dei vari territori e i bisogni della gente che li abita.”

E in effetti il portalettere è sempre presente. Sa chi è disponibile al dialogo e chi chiuderà le persiane per non farsi trovare, chi ha bisogno di chiarimenti per i servizi postali e chi cerca soltanto una persona con cui sfogarsi. Un esempio di postino vicino alla città può essere, tra i tanti, Mario – attivo a Monterosso. Corre, semina Angelo Ferracuti durante il giro di lavoro, eppure è il primo ad attardarsi per ascoltare un’anziana donna a cui “sta morendo il fratello”. Far parte del tessuto sociale significa anche questo.

Il testo è pieno di riferimenti culturali e artistici, e Ferracuti trova chiavi di rilettura sempre parecchio interessanti. Sono molto presenti le canzoni, soprattutto in quelle zone con artisti che hanno saputo cantare le realtà cittadine più degli altri. De André è ovviamente il miglior conduttore per i vicoli di Genova, come Guccini illustratore di Bologna con Dalla.

Anche se in Andare Camminare Lavorare c’è molta letteratura, purtroppo sono pochi gli scrittori che hanno scelto i portalettere come protagonisti. Per fortuna però c’è un esempio illustrissimo: Il postino di Neruda di Antonio Skármeta. Dal testo hanno tratto l’ultimo capolavoro con Massimo Troisi, Il postino, che gode di enorme fama proprio tra i postali e che in questo volume è più volte citato.

Il capo di mio padre mi ha consigliato il monumentale The postman – L’uomo del Giorno Dopo, seconda regia di Kevin Costner. È un peccato che sia stato un flop dal punto di vista commerciale, ma dopo Waterworld chiunque avrebbe faticato a riportare il pubblico al cinema. In questa pellicola postapocalittica, solo un portalettere può unire di nuovo le persone. Ho capito subito dopo la visione il motivo per cui me ne parlò: lui e mio padre avevano iniziato il duro lavoro che attivò chiunque potesse nell’aiutare la comunità dell’Aquila dopo il terremoto.

A pagina 156 ho capito però il perché della bravura di Angelo Ferracuti nel carpire le storie e le informazioni che rendono Andare Camminare Lavorare così partecipato e vivo: anche lui era un collega!

“Poche persone conoscono un paese o una città come può conoscerli un postino. Batte di gran lunga l’idraulico, l’addetto alla pulizia delle caldaie, persino quel ficcanaso del medico condotto, uno che oltre ai caratteri delle persone conosce anche lo stato delle cistifellee, dei fegati, le extrasistole e le crisi ansioso-depressive. Ho svolto questo mestiere a Fermo, la mia città, per quindici lunghi anni, e ne provo nostalgia. Rivorrei indietro persino le alzatacce, le ferie non godute, così come rimpiango le giornate afose, le pozzanghere, le scarpe infangate, quei temporali improvvisi che mi bagnavano tutto, dalla testa ai piedi, le soste ritempranti in certi posti di campagna dove vedevo di lontano la città e me ne stavo in silenzio a cogliere da una pianta una bella mela succosa o un bel fico maturo.”

Un po’troppo romanticizzato? In questo pezzo forse sì, ma è anche vero che le squadre dei postini diventano, per loro, una seconda famiglia, e col tempo vi entrano persino tutti i cittadini che si incontrano nel giro di lavoro. Questo libro è un omaggio a chi svolge il suo mestiere con dedizione, e il titolo (mutuato dalla canzone di Piero Ciampi) Andare Camminare Lavorare ne esplicita da subito tutte le sfaccettature.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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