Alcune poesie di Ripano Eupilino – Giuseppe Parini

Giuseppe Parini non brilla per fortuna, e a me sembra davvero troppo sottovalutato per la qualità delle sue opere. Da un lato è lui stesso a scrivere testi che surclassano i suoi precedenti: con Il giorno arriva alla sua vetta artistica (e le ultime due parti uscirono postume, quindi anche gloria dopo la morte); dall’altro sono tanti gli intellettuali e scrittori lombardi del periodo, ed è forse per questo che studiamo Ripano Eupilino così di fretta.

Ripano Eupilino è lo pseudonimo con cui Parini pubblica le prime poesie, l’esordio poi non più ripubblicato in vita. Ripano è l’anagramma di Parino, che significa “nativo delle rive”; il riferimento è alle coste del lago Eupili, poi lago di Pusiano, in Brianza. Proprio lì in zona c’è il paese natìo, che dal 1929 si chiama Bosisio Parini.

Parini pastello disegno

Come notiamo dall’immagine, il poeta non era certo il ritratto della salute. Soffriva sicuramente, tra diverse patologie, della malattia di Charcot-Marie-Tooth; forse anche per questo non lascia una bibliografia lunghissima. Aggiungiamo che una costante della sua vita è la mancanza di danè, e il tempo per scrivere diventava risicato perché c’era da lavorare per sostentarsi.

La vocazione letteraria c’era, a differenza di quella spirituale. È importante, visto che fu costretto alla carriera ecclesiastica per poter godere dell’eredità di una zia. Ho sempre odiato le clausole in piccolo sui contratti, chissà se all’epoca successe qualcosa di analogo al Parini. Ad ogni modo era prassi comune tra i letterati di famiglie poco abbienti.

Comunque Alcune poesie di Ripano Eupilino vanno in stampa nel 1752. L’obiettivo è entrare in un’accademia, che nel ‘700 era quasi obbligatorio per sentirsi un vero intellettuale (ma signora mia, come sempre, “è tutto ‘n magna magna generale”). L’anno successivo è sotto l’ala protettrice del Conte Giuseppe Maria Imbonati, perché diventa membro dell’Accademia dei Trasformati. Missione compiuta, per ora. Il traguardo finale sarà l’Arcadia (spoiler: ci riuscirà).

Entriamo quindi nel vivo dell’opera.

“Voi ci troverete addunque nel presente volumetto componimenti e sacri e morali e amorosi e pastorali e pescatorii e piacevoli e satirici e di molte altre guise, i quali, ove di poco valor che fossero, colla loro varietà almeno sarannovi di noia minore.”

Giuseppe Parini sfoggia da subito l’ironia che diffonde in tutte le sue pubblicazioni. Anche se in diversi saggi leggo di un atto di modestia, mi pare impossibile non ravvisare una parte dello stile proprio dell’autore.

Le poesie amorose sono le prime che incontriamo, e la matrice petrarchesca è evidente. Parliamoci chiaro: sul tema trattato è il modello per tutti i poeti. Oltre le coppie di aggettivi e le serie di nomi, troviamo calchi interi di versi. L’amore per Petrarca è in controluce nella maggior parte degli endecasillabi sentimentali. Purtroppo l’imitazione e l’omaggio non rendono dal punto di vista musicale, dove le parole scelte risultano un po’troppo aspre rispetto al Canzoniere.

Dal ventiquattresimo al trentesimo componimento c’è la serie dei sonetti magici, dove unisce il tema pastorale a elementi arcaici e occulti. Il primo è, ad esempio, la descrizione di un rito quasi iniziatico, mentre il secondo pare un’invocazione a entità dell’Oltretomba. Sul finale della sezione c’è anche l’azione di una strega. Illuministi e occultismo sembrano stridere, seguendo le storie della letteratura scolastiche, eppure il Settecento è un periodo davvero florido per le scienze metafisiche – però si sono convinti chiamandole comunque scienze.

Diverse sono le poesie di imitazione classica, se non vere e proprie traduzioni, del resto doveva esserci un motivo se Carducci aveva tentato una riscoperta del Parini. Tra i modelli dei componimenti successivi, comunque, risaltano i toscani, da Boccaccio fino ai cinquecentisti. Nei testi scorgiamo anche qualche anticipazione delle Odi, ma molto in piccolo.

In chiusura il nostro Ripano Eupilino sperimenta le ecloghe, matrice virgiliana, ma su questo pongo un mio limite: ho letto quelle di Dante e non mi sono piaciute per nulla, quindi credo di essere il problema. Fortuna che sono solo tre, di poche pagine, per cui posso dire che comunque è stata una noia che è volata via velocemente. Esagero? Provoco? Senza le ultime quindici pagine l’avrebbero preso all’Arcadia molto prima. Guarda caso Giuseppe Parini usò diverse poesie per altre pubblicazioni e quelle finali non figurano più. Ottimo critico di sé stesso, sfruttò i suoi punti di forza (vedi i sonetti magici) mostrando sempre il meglio della sua produzione.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

Lascia un commento