Abbiamo perso la guerra ma non la battaglia – Michel Gondry

Adesso sono in pochi a pensarci, ma in tempi passati (relativamente recenti) c’era uno spauracchio che faceva il sangue amaro in ogni casa dove c’erano maschi verso la maggiore età: la leva obbligatoria. Già a tredici anni avevo flash nella mente che rimandavano a un futuro dove sarei finito lì dove mai avrei voluto mettere piede. Leggevo libri e vedevo film in cui però erano in tanti a saltare l’incombenza con abili stratagemmi. Non volevo finire nell’Arcipelago Chieti così ben descritto da Ivan Graziani.

“In Francia, nel 1982, il servizio militare era ancora obbligatorio. Poco dopo l’esercito è diventato di soli professionisti di carriera, ma all’epoca la maggior parte dei miei amici era traumatizzata dalla prospettiva di sprecare un anno prezioso di vita ad applicare principi poco etici in un ambiente umiliante. Per me, l’idea più terrificante era di condividere una stanza – puzzolente e probabilmente buia – con altri venti maschi. Tutta la mia giovinezza è stata lievemente inquinata da questo pensiero.”

Capisco benissimo Michel Gondry. Probabilmente anch’io avrei fatto come uno dei quattro protagonisti di Abbiamo perso la guerra ma non la battaglia (Sylvain si finge autistico, Momo accusa tendenze suicide, Bruno è all’apparenza tossicodipendente, Simon se la sbriga facendo pipì a letto). Immagino però quella sensazione di chi ha qualcosa da nascondere: e se capiscono che la mia era una messinscena? Anche i migliori attori beccano la serata sbagliata.

Dopo venticinque anni accade l’irreparabile, e i nostri eroi tornano in caserma per ottemperare agli obblighi dello Stato (in questo caso la Francia). Il personaggio più esilarante è Simon, che nel frattempo era morto di overdose. Qualora non si fosse presentato uno dei quattro, tutti avrebbero subìto la pena della diserzione. Per questo motivo portano con loro ciò che rimane dell’amico, ovvero lo scheletro. C’è tanto di assurdo, grottesco, incredibile, ma in Michel Gondry tutto questo si accompagna a un cuore pulsante che rende questi elementi quasi naturali.

In questo mondo parallelo, il presidente della Francia è Johnny Hallyday. L’immaginario del regista include molti elementi di cultura pop e personale, come John Lydon; ai più è conosciuto col nome di Johnny Rotten dei Sex Pistols, ma Gondry lo ricorda per i Public Image Ltd.

Mentre da un lato l’esercito francese macina vittorie nel Golfo del Messico, il plotone di riserve – composto da scarti del passato – deve fronteggiare un gruppo di donne comuniste. Per il governo è un affare da niente, una piccolezza, quasi una formalità. Il gruppo ISA, Internazionale Solidale Armata, è però ricco di spie e persone pronte a capovolgere gli ordini di Francia.

Abbiamo perso la guerra ma non la battaglia è comico, satirico, sognante. Se scappi ti cancello è il film più famoso di Michel Gondry, ma i punti di contatto sono maggiori con una pellicola di cui sento parlare meno spesso (quasi mai, azzarderei), L’arte del sogno. Qui però c’è modo di andare verso gli estremi, soprattutto perché quando si disegna non si hanno problemi di budget.

Già dal titolo si capisce quali saranno gli esiti, quindi lascio a voi i risvolti del futuro dopo che abbiamo perso la guerra. In ogni caso garantisco per la capacità del fumetto di rimanere tra le immagini mentali a cui farete riferimento in molte discussioni. Parallelismi e icone sono più reali di certe realtà.

Aniello Di Maio

Aniello di Maio è nato l’ultima volta a Castellammare di Stabia (NA), ma si definisce pescarese per evitare lo spirito di competizione. Allevato da un diplomatico presso l’ambasciata spagnola, ha acquistato un veloce eloquio, così veloce che è meglio leggerlo che ascoltarlo. Ha amato così tanto studiare Lettere moderne che ha trascorso almeno il doppio degli anni fuori corso, un po’per l’ansia dilagante, un po’perché non riesce ad essere serio a lungo. Neanche in quattro righe di biografia.

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